Ho deciso di scrivere questo articolo mentre esco da un cantiere per tornare a casa.

Ho ventotto anni, lavoro al recupero degli edifici esistenti a New York. Il mio lavoro è diviso tra scrivania e cantieri sparsi per la città. Faccio ispezioni negli edifici, mi incontro coi costruttori, mi relaziono con gli operai fino ai clienti e i loro rappresentanti. 

Oggi dovevo attendere un incontro con: costruttore, capo cantiere, saldatore di metalli, ingegnere di un’altra compagnia, manager dell’edificio in questione. Eravamo in sei in ascensore ed ero l’unica donna, l’unica persona sotto i trenta. 

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Ormai non ci faccio caso, salgo sulle impalcature, mi infilo nei controsoffitti, mi calo dai tetti dei palazzi e ogni operaio ogni giorno continua a trattarmi come una femminuccia lo stesso. Ma in questo comportamento apprezzo la loro disponibilità e il costante aiuto, fondamentale per muovermi agilmente durante le mie ispezioni.

Quello che non apprezzo, è quando gli operai parlano di me in spagnolo pensando che non possa capirli. Quello che non apprezzo però non sono nemmeno gli uomini in cantiere che mi chiedono Instagram o la via di casa, o che sbuffano quando insisto per verificare esattamente quel dettaglio lì.

Non mi piace che quando siamo tutti uomini, ci sia troppa carineria, quasi senza senso nei miei confronti. Non mi piace il collaboratore simpatico, quello fin troppo. Non mi piace l’appaltatore che ogni giorno mi aspetta fuori dal cantiere per chiedermi se può accompagnarmi a casa o se voglio prendermi quel caffè. Allora meglio un drink, che ne dici? Hai impegni questo weekend?

Ma cosa ne sai tu di me? Sto lavorando. Sai se sono impegnata, se sono sposata? Pensi che essere gentili equivalga ad essere interessati? Sto lavorando. Sai qual è il mio orientamento sessuale? Perché vorresti sapere i miei impegni per il weekend dopo avermi chiesto i documenti per quel progetto? Sto lavorando.

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Non mi piace il costruttore che mi manda le email private escludendo il mio team con cui era in comunicazione e in copia un minuto prima, per farmi domande amichevoli e chiamarmi con nomignoli che nessuno gli ha chiesto.

Non mi piace il manager, che appena siamo soli si leva la mascherina per sorridermi in modo ebete e mostrarmi quanto è sexy con il suo savoir faire.

Avrebbero fatto lo stesso con un mio collega uomo?

Me lo chiedo ogni giorno quando varco la soglia dei luoghi di lavoro, ogni giorno ripetendomi di non essere troppo gentile, ma non scortese. Di fare finta di niente, di convivere con quella sensazione nello stomaco. Di non parlare troppo, ma di parlare se necessario. Io sto lavorando.

E mentre sto in silenzio, li continuo a catalogare, da sempre. Gli uomini della mia vita.

Se li mettessi tutti insieme, gli uomini della mia vita sarebbero tanti. Ci sono quelli che hanno un senso paterno e  vogliono salvarmi dal mondo, e ci sono quelli affascinati da qualcosa che si immaginano solo loro. Che ti commentano da anni cuoricini, mentre vanno a prendere la figlia a scuola dicendoti quanto sei intrigante.

Ci sono gli artisti. Che sono i migliori, quante gioie mi hanno regalato gli artisti! Ho infatti una grande passione, per un lavoro che porto avanti da anni, in parallelo a tutto il resto: quello editoriale e di talent scouting, e qui di storie singolari ne ho viste.

Quante promesse di fuggire insieme (ma chi ve lo ha chiesto, esattamente?) nei loro deliri creativi, per poi tornare a fare i mantenuti da mamma e papà, che sicuramente qualche centino per le tempere glielo sganciano sempre. Sai com’è, non è facile fare arte.

Gli artisti pazzi, quelli serissimi e infine gli artisti dannati, i miei preferiti. Loro non hanno nulla di cui dannarsi, e quindi si dannano da soli, che fa mistero. Poi scappano da te che sei normale affascinati dal fatto che tu non faccia drammi: stiamo insieme per sempre? Però la mia ragazza non lo deve sapere.

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I galleristi che ti chiudono nel deposito delle opere pensando che non avrai scampo finalmente, o i professori che ti stalkerano sui social.

I businessman. Quelli che ti vogliono mettere sul loro comodino. Quelli che non devono chiedere perché ti possono dare tutto. E forse, per questo peccano in altro che non si può comprare. 

C’è il ragazzo della tua amica, quello che è l’uomo da sposare ma non per te, c’è la tua prima cotta che ha già tre figli, c’è la tua prima trasgressione vera, di cui oggi si sono perse le tracce.

Ci sono i compagni delle elementari che ti scrivevano le letterine e quelli che ti facevano i dispetti. Io mi ricordo quello che mi chiamava Bacarospo, ad esempio.

C’è il tuo maestro di una vita. Rigoroso come nei film di Karate Kid, quante penitenze ogni volta che non rispettavo le regole. Ho fatto equitazione per 17 anni. Un’educazione seria che ricorderò sempre.

C’è quel tizio che anni fa sull’autobus ti ha chiesto perché non festeggiassi il tuo compleanno  e a cui hai promesso di celebrare sempre tutto, e ora lo fai davvero.

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C’è il tuo capo che ti supporta e ti mostra un rispetto sincero, e l’operaio gentile che sei felice di vedere ogni volta, quasi sollevata.

Ci sono gli sconosciuti per le vie di NYC che ti augurano una meravigliosa giornata, a caso, solo perché incroci il loro sguardo.

E ci sono i maniaci, quelli che si sono fatti le seghe davanti a te sul tram. Poi c’è lui, il mio preferito. Quello che mi ha chiesto un’indicazione a Villa Borghese e mentre rispondevo mi ha messo le dita in bocca e se l’è poi leccate, lasciandomi interdetta quel secondo sufficiente per capire di tirare dritto altrimenti avrei fatto tardi a lezione in università. Lo dico solo ora a distanza di otto anni, e sono stata zitta quel giorno. vaglielo a spiegare a Beppe Grillo.

C’è il maniaco nuovo, quello habitue. Sta all’angolo della scuola vicino casa e mi vede correre tutte le mattine dicendo frasi rantolanti sul mio culo. Meglio a me che ai bambini, mi ripeto alle sette a zero gradi sotto il cielo di Brooklyn. 

Meglio il mio culo. Va bene così, ci ho messo 26 anni per mettermi i leggins, ora ho deciso che non me ne frega niente se mi si vedono le forme. Guardatemi, i miei leggins non sono il mio consenso ma tanto non ci arrivate. E io continuerò ad indossarli perché sono comodi, perché non voglio correre come un fagotto.

I leggins sono la più grande conquista della mia età adulta. 

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Ho sempre girato senza mutande, senza reggiseno. A lungo ho deciso in base al contesto: lo metto o non lo metto? Non lo metto, non lo voglio. Le tette sono solo tette, le abbiamo tutti. Non saranno le mie a stravolgervi il mondo.

Non sono i miei leggins, non sono i miei capezzoli al vento, non sono solo una vagina. Non sono né una menomata da escludere da chissà quali importanti discorsi sul futuro dell’umanità, né solo un buco.

E gli uomini non sono solo artisti pazzi, appaltatori provoloni, compagni di scuola, o maniaci a Villa Borghese.

Sono anche tuo padre, chi ti ha cresciuta, il tuo migliore amico, il tuo uomo ideale (che è fidanzato con un altro), la persona che ti ascolta, quella che ti sprona ad essere migliore. Sono chi ti ama ogni giorno a modo suo.

Allora ogni volta che esco dal cantiere e mi chiedo “chissà se si sarebbero comportati diversamente se fossi stato un lui”. E poi mi chiedo anche come sarei diversa io, se non ci fossero tutti gli uomini della mia vita.

Oggi mi faccio una nuova promessa. Di essere gentile quanto voglio, e di parlare invece più spesso. Dobbiamo dire chiaro e tondo: Non sono interessata. O dire chiaro e tondo di vivere qualcosa di spiacevole, che ci indispone. E se non funziona con le buone, se la situazione e più grave delle avances e del catcalling che siamo tragicamente abituate a vivere nel quotidiano, dobbiamo denunciare o parlarne con chi di dovere. Non siamo noi a doverci vergognare.

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