Ho sempre pensato di non avere i numeri giusti, poi ho imparato a cambiare gioco.

Ricordo ancora perfettamente la stretta di mano del mio professore di matematica dopo l’esame di maturità. Non ho mai saputo nulla della sua materia, ma sono sempre stata ostinata nel non voler cambiare le cose; dopo avermi suggerito ogni esercizio dell’esame, mi ha stretto la mano dicendomi: in bocca al lupo Forsinetti, ora inizia la vita vera e tu non sai un cazzo di matematica.

Quel sant’uomo aveva ragione. Non saper fare i conti a mente però non mi ha mai dato troppi problemi, mi sono iscritta a Lettere ed ho schivato la questione. Almeno per la matematica è stato semplice, per la vita non proprio. Scommetto che quando dieci anni fa mi stringeva la mano, non avrebbe mai pensato che avrei dovuto affrontare una pandemia mondiale. La matematica non mi è servita neanche stavolta, se non per calcolare a che velocità avrei dovuto fare la Nomentana per essere a casa entro le 22.

Non ci sono cose che ti preparano davvero ad altre cose, qualcuna ci proverà, ma tendenzialmente quel giorno dovrai vedertela con la vita e con ogni probabilità sarai anche solo a farlo.

Pagherei, ora, per avere qualcuno che mi suggerisse cosa fare, ma crescere immagino sia questo: affrontare la vita, nonostante sia più difficile di un’equazione. Per me le equazioni erano terribilmente difficili. Così abbiamo fatto tutti, consapevoli o no, coraggiosi o terrorizzati, ci siamo lanciati dentro mesi impazziti come fossimo tornati a scuola; orari da rispettare, regole da imparare e certificati da firmare. La pandemia è stata una maestra cattiva che con un impreparato sul registro, ci ha aperto gli occhi su quanto non eravamo capaci di impegnarci. Non abbastanza, eppure eravamo sicuri di aver imparato tanto nella vita. È difficile ammettere di non essere all’altezza di qualcosa e vi dico in confidenza che io non ero pronta. A guardarmi cadere, a rialzarmi e cadere ancora; ad abbandonare l’unico modo di vivere che conoscevo, a misurarmi con la mia testa, le mie paure, quelle degli altri e quelle di tutti.

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Così ho pensato che, proprio quando si capisce di non essere capaci di affrontare qualcosa, sia il caso di cambiare sé stessi.

Dev’esserci qualche frase fatta sul mondo che non si cambia da soli, ma che da soli si può cambiare. Se non esiste, eccola. Certo, non è mai semplice farlo, credo perché ci sia una minima parte di tacita ammissione che la versione precedente di noi stessi non fosse quella migliore; e a nessuno piace sentirsi dire che poteva essere meglio di così. Ma alla fine siamo cambiati, quasi tutti. Parlo di un qualcosa di profondo, non di un dover rinunciare ad una cena fuori. Siamo cambiati dentro, con coraggio, ma anche con paura.

La paura poi ti cambia gli occhi, restringe il campo e non vedi nient’altro che te stesso e ti vuoi salvare, in tutti i modi. Non parlo di egoismo, ma di voglia di vivere, di ricominciare senza i vecchi piani, perché oggi sappiamo quanto vale la libertà di poter scegliere. Se è il presente a cambiare, per il futuro vale lo stesso. È la consapevolezza che ti crea aspettative ed aspirazioni; non basta più accontentarsi dell’immaginazione, di sogni irrealizzabili, che ricorderai domani pensando che forse, in fondo, doveva andare così. Siamo la generazione del rimboccarsi le maniche, dell’inventarsi lavori, spazi e luoghi che siano nostri. Quindi si, siamo cambiati, per forza o per volontà, alcuni perché dovevano, altri perché avrebbero sempre voluto farlo, ma non sembrava mai il momento giusto.

A volte ci si dovrebbe fermare a guardarsi, ma non è mai facile neanche questo. Va sempre a finire che senti i tuoi pensieri e ti tocca ragionarci, chiederti se la tua strada sia ancora quella giusta, o se avresti dovuto cambiare tempo fa. È vero che indietro non si torna, ma una svolta si trova sempre. Forse dobbiamo vederlo così questo periodo: un enorme punto e virgola dal quale ripartire. Non abbiamo chiuso la frase, ma comunque non è più la stessa.

Non capisco, infatti, il voler riavere la vita di prima, non mi è mai piaciuta l’idea di dover tornare indietro, come se lo scorrere del tempo fosse servito solo a tornare al passato. No, penso piuttosto che andremo avanti, diversi, con nuove consapevolezze e nuove teste. Quando ti sfilano le certezze da sotto ai piedi non puoi far altro che costruire un nuovo pavimento di sicurezze, dove poter camminare, da solo. La pandemia, tra le tante cose, ci ha insegnato proprio questo: sapersi reinventare, cambiare e ripartire. Meglio o peggio non lo so, ma di certo non saremo mai quelli di ieri.

Perché dopo aver vissuto il peggio, è matematicamente impossibile non uscirne cambiati. La matematica poi non è un’opinione, almeno secondo me.

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