Davide Conti, classe 1983, è un manager e designer che vive la sua esperienza lavorativa e di vita tra l’Italia e la Cina.

In seguito agli studi classici, Davide decide di isciversi alla facoltà di Disegno Industriale, che gli darà numerosi spunti creativi e molte soddisfazioni lavorative future. La passione per il design, la pittura e la fotografia vengono infatti affiancate a partire dal 2007 con la partecipazione attiva all’ADI, Associazione per il Disegno Industriale, dove attualmete Davide ricopre la carica di Consigliere per la Liguria.

Grazie alla crescita professionale e dei rapporti con aziende nazionali ed internazionali, viene fondato nel 2012 Davide Conti Design Studio, che attualmente opera sul territorio europeo ed asiatico.

Questa esperienza lavorativa viene affiancata da un’ulteriore carica in qualità di Project Manager ADI Cina e dalla creazione della rubrica di design “La parte dell’occhio” per il Liguria Business Journal completando così una figura professionale ed umana ricca di visioni, esperienze e creatività, in continua evoluzione.

Cosa rappresenta il design per Davide Conti?
Questa è una domanda che mi sono sempre posto nel corso delle mie esperienze e tutt’oggi si ripropone, dato che mi è stato insegnato a rendermi conto delle ragioni di quel che faccio, cercando di interpretare, nel miglior modo possibile, ciò che ho di fronte. È complesso, quindi, rispondere sinteticamente a questa domanda, ma credo di poter dire che il design per me rappresenti un percorso straordinario in cui mettersi in gioco nella vita: premere play sul “WalkMan” attraverso il design, la strada del mio viaggio.

Gli studi classici, il disegno industriale, la collaborazione con l’ADI, fino alla tua espressione più intima del disegno. Qual è il filo e la personalità che tiene legate queste eterogeneità?
Il filo è l’essere umano in sé credo, la sua straordinarietà ed originalità. Mi sono sempre sorpreso nel constatare le capacità che ognuno di noi possiede, la possibilità di spaziare da una disciplina all’altra non ponendosi limiti, rimanendo aperti alle differenti realtà che si hanno di fronte. Ogni uomo ha una personalità da educare per spingerla ad emergere: nel mio caso ho avuto la fortuna di avere al mio fianco amici e parenti che non mi hanno voluto relegare ad una visione unica, anzi mi hanno sempre stimolato ad andare avanti.

Cosa significa per un designer italiano avere l’opportunità di lavorare in territorio internazionale e in particolare in Cina?
Premetto che per me anche la mia Chiavari resta un territorio internazionale di opportunità da scoprire e ri-scoprire, non mi sono mai sentito chiuso tra i monti ed il mare. Affrontare l’internazionalizzazione è una questione di mentalità. Detto questo, sicuramente arrivare in Cina ti spiazza, non si può dire diversamente. Da designer italiano in Cina ho potuto notare le grandi differenze che effettivamente ci sono tra le nostre produzioni e le loro. Il produttore cinese solitamente non ha la cultura dei nostri imprenditori, la raffinatezza di certe aziende italiane design-oriented, probabilmente perché il suo mercato di riferimento non richiede questa attenzione e cura del dettaglio. La differenza è causata dall’economia in crescita, dal tempo che scorre e dall’apertura della Cina al nostro mondo. Ormai, infatti, sono nate e stanno nascendo moltissime aziende che fanno ricerca in innovazione e qualità con designer stranieri che li aiutino nell’innovare e nel pensare a prodotti originali: inevitabilmente si evince che il settore del design in Cina cambierà rapidamente. Qui sono i numeri che fanno la differenza: in questo processo di cambiamento possono essere centinaia di migliaia le aziende che stanno investendo in ricerca, qualità, originalità in tutta la Cina, ne ho incontrate a decine con questa prospettiva. In Italia ne abbiamo di altrettante di aziende con un piano di ricerca e sviluppo nel design per il futuro? La mia è una domanda provocatoria ovviamente ma a breve vedremo un cambiamento radicale che già genera e genererà migliaia di opportunità di crescita professionale.

Toa è un progetto che nasce da una visione immaginifica ben definita, unisce un’affascinante linearità alla carica espressiva della lavagna, che rende questo prodotto estremamante personalizzabile. Il convivio è un momento fondamentale del quotidiano e il design deve interpretare ed accogliere questo atto. Cosa vede il designer nella routine di oggi e in che modo vuole provare a far parte della vita dei suoi futuri fruitori?
Esattamente, il concetto dietro Toa è anche questo: desiderio di convivialità, di unità, di insieme.

L’ardesia è un materiale straordinario ed il legno in questo progetto vuole esserne il compagno naturale ed ideale per supportare questa splendida pietra.

Gli occhi più attenti possono notare infatti come le gambe del tavolo, non solo sorreggono la lastra, ma quasi vogliono innalzarla agli occhi delle persone, dalla terra al cielo. Con questo concetto la volontà di invitare le persone al convivio ed all’unità della diventa molto naturale e mi auguro possa rappresentarne un incentivo. Purtroppo questa è anche la mia risposta progettuale a quel che vedo, ossia una routine fatta sempre più di velocità, di rapidità dei gesti: il momento del pranzo/cena ormai sembra diventato quasi più un peso. Bisogna sbrigarsi perché si deve andare a lavorare, non si può stare tanto a tavola perché bisogna vedere la televisione; la convivialità non è più di moda.

In questo caso è il design ed il materiale che vogliono trovare o ritrovare un dialogo serrato con i fruitori di Toa, che, a mio avviso, in modo elegante cerca di sussurrargli la bellezza dello stare a tavola e di godere di questo straordinario momento. Toa in genovese significa tavola; ho usato il dialetto, o meglio la lingua ligure, per enfatizzare la semplicità di quel prodotto che è nella storia dell’uomo e che mi auguro possa ritornare protagonista assieme ai suoi fruitori di lunghi momenti passati insieme.

Emma ha una caratteristica e un significato intrinseco alla sua forma di progetto. Credi che un buon design possa aiutare a mantenere salda la cultura e i suoi valori attraverso la definizione di spazi stimolanti?
Il concetto base di Emma è esattamente la cultura: cercare di riproporla nello spazio di casa. Il design, per fortuna o purtroppo, si è sempre dovuto confrontare con le necessità delle persone, i fruitori finali, e con le necessità delle aziende, dell’imprenditore e delle sue visioni. La collezione Emma nasce da un’esigenza personale poi riscontrata nelle persone e nei comportamenti nei confronti dello spazio libro in casa. Oggi gli spazi sono sempre più ridotti, e quando si riducono eliminiamo quello che ci sembra superfluo, quello di cui in fondo non abbiamo bisogno (pensiamo). Cosi la libreria Emma tenta di rispondere a questa tendenza dilagante e a questo menefreghismo nei confronti del libro, ossia di quello strumento fondamentale di conoscenza ed approfondimento che da sempre e per sempre l’uomo userà anche se in forme diverse. Il libro in Emma ti viene incontro e cerca di farsi notare attraverso un gioco di prospettive e profondità, attraverso una libreria insolita che disegna nuove forme con un infinità di varianti cromatiche a disposizioni. Ed è così che il design può intervenire ancora nella definizione di spazi stimolanti, attraverso lo studio dei nostri comportamenti e nel recupero di certi gesti che apparentemente ci sembrano superati e superflui.

 

Magica e Magica2 sono un prodotto affascinante che nasce dalla volontà di esprimere semplicità, essenzialità e rigore. Questo minimalismo ottenuto con l’illusione risponde alla richiesta di un pubblico che si fa sempre più numeroso ed eterogeneo. Il design ha come vocazione la vita delle persone, tuttavia questo aspetto di fruizione e giudizio massivo che caratterizza il nostro periodo storico può essere un apporto negativo o una nuova sfida per il design? Pensi che l’approccio ai prodotti di questa arte debba essere più emotivo o più culturale?
La bellezza del design è che non ha limiti di approcci. Nel senso che c’è spazio per tutto: per prodotti più emotivi, più ludici, più culturali, più utili o meno. Ovviamente il design ha le proprie regole e non bisogna mai dimenticare che in quanto tale deve essere un servizio in aiuto alle esigenze dell’uomo, tuttavia la creatività e sensibilità dei designer è talmente vasta che si possono conciliare moltissimi approcci differenti e con risultati straordinari. Mi interrogo spesso su certi prodotti che vedo e mi chiedo se hanno davvero senso: qual è lo scopo di produrre migliaia di deumidificatori e di sedie diverse? La risposta che mi do è che è giusto, ha senso ed è un bene. Non possiamo pretendere di migliorare se non proviamo a fare, se non mettiamo mano alle cose, se non tentiamo e non sbagliamo: è solo grazie all’esperienza che l’uomo va avanti e quindi anche grazie all’esperienza progettuale e produttiva.

Le sedie sorelle Magica e Magica2 sono un sogno, una magia appunto, una visione, ed è oggettivo guardandole che non vorranno mai rappresentare l’ergonomia fatta a sedia, bensì un desiderio di sorpresa e di bellezza quasi paragonabile allo stesso desiderio del bambino. Un effetto sorpresa che esiste costantemente solo negli occhi dei bambini e che desideravo rappresentare in un prodotto simbolo del design italiano, la sedia, che in questo caso diventa iconica offrendo un approccio emotivo e culturale allo stesso tempo, etereo e contemporaneo.

The WalkMan ha come obiettivo quello di scovare e mettere in luce giovani talenti ed artisti che credono nelle proprie idee. Cosa consigli a chi, come te, ha deciso di investire la propria vita nella creatività?
Difficilmente mi piace dare dei consigli, ma se devo farlo lo faccio partendo dalla mia esperienza, in modo da poter portare esempi reali, di vissuto. Dipende molto dagli obbiettivi che uno ha, dai valori in cui uno crede, perché si può voler investire nella creatività avendo tanti fini diversi. Nel mio caso comunque non ho fatto la scelta specifica di investire solo sulla creatività, ma ho provato e continuo tutti i giorni a seguire ciò che ho dentro, la mia natura e la mia personalità: sono questi gli aspetti che mi portano a seguire fatiche e gioie della mia vita.

Ritengo in conclusione che si debba investire in sé stessi prima di investire sulla creatività, ma per farlo è necessario essere amati e amarsi, ma questo è un altro discorso…O un’altra intervista.