In un Paese in cui non si costruisce più nulla ha ancora senso studiare Architettura? Oltre ai cantieri mancano le idee in ambito architettonico e urbanistico. Perché affrontare 5 anni di sacrifici e nottate per poi non poter applicare quanto imparato?

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Oltre a sembrare paradossale provoca una discreta rabbia pensare che il Paese di Aldo Rossi e Gae Aulenti, oggi non offra occasioni di sperimentazione, ma anche di semplice attuazione, per chi studia o lavora in questo ambito.

L’Architettura non viene praticata perché non si costruisce, non vengono create le condizioni affinché possa espletarsi.

La prima causa di questo immobilismo è stata il venir meno della committenza pubblica. Per anni le amministrazioni hanno finanziato la costruzione di edifici dando vita a concorsi stimolanti e coinvolgendo architetti di ogni tipo. La crisi economica e la crescente preoccupazione popolare verso le speculazioni (vere o presunte), hanno bloccato qualsiasi opera architettonica.

D’altro canto gli architetti vengono coinvolti meno anche dai privati che preferiscono puntare sulla concretezza del geometra o sulle conoscenze tecniche dell’ingegnere.
Dunque, chi potrebbe affidare progetti agli architetti puntualmente non lo fa: perché allora continuare a formare persone per una professione che non praticheranno?

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In Italia, esclusa Milano (tanto per dire una cosa originale), sembra non esserci il minimo interesse per la qualità architettonica degli edifici, per una ricerca estetica più elaborata, per il rapporto con il contesto e l’attuazione di pratiche davvero innovative.

D’altronde in tempi in cui si discute di un comico nella commissione Unesco, interessa a qualcuno riflettere su come cambiare le città, rendendole più vivibili?

Presumibilmente per gli studenti appena usciti dalla Facoltà di Architettura la risposta sarà affermativa. Quello che li aspetta però metterà a dura prova la loro passione, portandoli inevitabilmente a domandarsi se ne valga davvero la pena.

L’iter successivo alla Laurea conduce lontani dall’obiettivo iniziale dello studio. Un percorso accettato passivamente o rifiutato in modo così drastico da portare i neolaureati a cambiare completamente strada.

Dopo la Laurea inizia il tribolato percorso verso l’Esame di Stato. Ridicolo come il sostenere una prova a mano libera dopo anni di progettazione al computer o come la transumanza di studenti verso Sud pur di riuscire a essere promossi.

Ottenuto il titolo di Dott. Arch. si entra direttamente nel mondo dello schiavismo: inizia come stage con orari alienanti e decine di disegni tecnici, per prendere a fine mese intorno ai 400 euro (quando va bene).
Tutto ciò inficia la capacità dell’architetto di rispondere alle necessità delle persone e soprattutto gli fa passare la voglia di praticare la materia. In quei rari casi in cui il neo Dottore Architetto Schiavo si trovi a progettare, di certo non saranno edifici o masterplan, destinati alle Archistar che formano un sistema elitario, ma ristrutturazioni, pratiche per l’agibilità oppure concorsi di idee assimilabili al mondo platonico.

Nonostante questo quadro sconfortante l’architetto è dotato di infinita pazienza, stratificata in anni di umiliazioni e di “la scala la metterei più a destra” per poi sentirsi dire “la scala stava meglio a sinistra”. Fin dal primo giorno di università, impara che dovrà convivere con il fallimento. Non importa la dedizione rivolta al progetto, sarà comunque costretto a rimettere tutto in discussione. Trovare entusiasmo sempre è la sua dote imprescindibile.

Alla luce di questo background l’Architetto ha saputo assorbire il calo di committenze, adattando studi e predisposizione a nuove tipologie di intervento. Non costruendosi più grandi opere è cambiato l’ambito di applicazione dell’Architettura, meno orientata agli edifici e più concentrata su spazi pubblici, installazioni, allestimenti e strutture quasi evanescenti, che ricercano l’interazione con le persone più che un cambio radicale delle città. Non è un caso che il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiano 2018 sia stato assegnato a orizzontale, i cui lavori sono occasioni per mettere alla prova i limiti del processo di creazione architettonica.

Ha ancora senso studiare architettura?
Orrizontale – 8 ½ Yap MAXXI 2014

Altri invece hanno deciso di allontanarsi dall’architettura in senso tradizionale, per ricercare ambiti diversi dove applicare le conoscenze multidisciplinari acquisite.

Il ruolo dell’Architetto risulta ormai marginale nelle dinamiche edilizie, ma ha trovato una nuova centralità nell’ambito progettuale in senso lato.

Come scritto da Gianni Biondillo in “Metropoli per principianti” gli architetti sono “troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne né pesce, insomma.
Questo essere ibridi non rappresenta esclusivamente un fattore negativo, ma garantisce una spiccata capacità di spaziare con disinvoltura.

Chi esce dai confini della professione deve crearsi da solo lo spazio in cui operare, sfruttando competenze e apertura mentale che deriva dalle materie convergenti che compongono il percorso di studi.

L’architetto, capace di ideare e gestire numerosi processi, trova riparo nell’ambito culturale, nella comunicazione, in progetti di valorizzazione del territorio. Interagisce nel più ampio circuito creativo, nell’editoria e nella ricerca, in progettualità di ogni tipo.
La facoltà oggi non forma architetti, ma progettisti forgiati da anni di sofferenze, capaci di affrontare la vita molto più che la costruzione di un edificio.

Perciò sì, ha ancora senso studiare Architettura e ce l’avrà sempre.

È necessario però guardare in faccia la realtà e iniziare ad assorbire i cambiamenti che sono già in atto nella società. Università e professionisti dovrebbero promuovere un confronto sulla materia, che porti a ripensare le nostre città partendo dai vuoti urbani che le compongono. Bisognerebbe conciliarsi con le attuali dinamiche che hanno visto l’Architettura esprimersi come una pratica sociale di interazione e rigenerazione. Nelle nostre facoltà è doveroso aprirsi allo scenario contemporaneo, sperimentando sul reale e non su meri esercizi di stile.

Inoltre, andrebbe approfondito l’aspetto progettuale, immaginando un corso che non sia puramente Project Management, ma che permetta di aprirsi al mercato del lavoro sfruttando l’imprinting architettonico per focalizzarsi sulla progettazione e formare figure in grado di operare con disinvoltura nell’ambito creativo-culturale.