Claudio Di Biagio, ex youtuber, speaker, regista e ora anche scrittore. Noi di The Walkman Magazine l’abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare il suo “Si Stava Meglio”.

Abbiamo incontrato Claudio Di Biagio a Termini, di ritorno da uno dei suoi viaggi, stanco di una stanchezza che lui definisce bella, piena. Ci sediamo sulle scale di marmo di Repubblica e lui si racconta, ci racconta il suo Si Stava Meglio.

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Si Stava Meglio sembra esser nato dall’esigenza di voler ricordare e raccontare qualcosa. Nel libro la definisci un’epifania, ma da dove nasce quest’urgenza?
Il libro nasce da un’esigenza, sì. Più che da un’esigenza, da un’ossessione: io, pur essendo giovane, non ricordo praticamente niente, non ho una grande memoria. Di conseguenza il mio bisogno era quello di fissare, con qualsiasi tipo di comunicazione, quello che per me è importante e cioè l’emozione che crea una storia raccontata. Ho sempre ascoltato i racconti di mia nonna, non solo delle storie negative o positive, ma ho ascoltato delle emozioni, dei sentimenti: questo ha costruito in me la consapevolezza che le storie siano importanti per come vengono raccontate e non perché esistano in un modo asettico e storico. Quest’ossessione per la memoria mi ha fatto venire in mente che dialogare con una generazione apparentemente lontana da noi, ma in realtà molto vicina sotto diversi punti di vista, poteva essere una buona idea e forse arrivare al cuore di tante persone.

Nel libro dici che è importante ricordare e imparare a ricordare: hai un consiglio per i ragazzi sul come ricordare in un mondo frenetico come il nostro?
Non c’è un consiglio, però credo che ci sia l’obbligo ogni tanto di fermarsi, smetterla di delegare la propria memoria a dei dispositivi, smetterla di non riuscire a fare niente. A volte c’è bisogno anche di svuotare semplicemente il cervello e rimanere due ore a fissare il vuoto. Penso che ascoltare le storie delle persone molto più grandi di noi, con molta più esperienza di vita, quantomeno aiuti a capire perché si è in un certo modo nel presente: da quello che erano, riusciamo ad essere quello che siamo e probabilmente costruiremo quel che saremo. Anche gli anziani però devono ascoltare i giovani, perché non hanno finito di vivere e sicuramente non hanno detto tutto quel che avevano da dire.

Come ha influenzato il tuo esser nato regista sullo scrivere un libro?
Mi ha influenzato perché in realtà non volevo scrivere un libro. Volevo che questa storia diventasse un film, e lo voglio ancora: sto lavorando proprio ora ad un soggetto con una bravissima sceneggiatrice. In realtà mi sono trovato in una libertà pazzesca nel poter esprimere al cento per cento le immagini che avevo nel cervello e l’ho trovata una cosa, oltre che estremamente positiva, inaspettata. Quando mi mettevo a scrivere e avevo un foglio bianco davanti, pensavo tra me e me “Io posso davvero inondare una chiesa, non devo chiedere il permesso a nessuno e non devo nemmeno calcolare i soldi, i tempi e le risorse che mi servono”. Ovviamente sei tu stesso a darti dei limiti: questo libro, venendo dalla regia e dall’immagine, poteva trarmi in inganno e farmi strafare, ma ho cercato di mantenermi entro certi confini, sicuramente più ampi rispetto a quelli di un film. Per la prima volta ero da solo a concludere un’opera ed è una cosa che non esiste nel cinema: ci sei tu, c’è la storia, ed è un dialogo intimo tra te e lei.

Dunque hai ancora intenzione di trarne un film?
Sì. Sto scrivendo questo soggetto che ovviamente ha un interesse produttivo a da parte di alcune produzioni, ma non ho ancora la sicurezza che possa diventare un film. Però sto rielaborando la storia cambiandone tanti punti e tanti tiranti, perché il film ha bisogno di tiranti diversi e di una pasta narrativa molto più profonda e molto più intricata rispetto a quello che c’è nel libro. L’intenzione è quella di stupire chi ha letto il libro e far innamorare chi non l’ha letto, tirando fuori qualcosa di nuovo, di diverso, ma che ne mantenga l’anima.

Sei già un personaggio affermato, in altri campi. Come ha reagito il tuo pubblico all’uscita del libro?
Hanno reagito in maniera fantastica: ricevo tutti i giorni tante recensioni private, molto intime. La maggior parte di loro dicono di vedere le cose che ho scritto più che leggerle e questo mi fa davvero piacere e comunque c’è un desiderio comune che si possa tradurre in un discorso cinematografico. La cosa molto interessante è che hanno accettato totalmente il tipo di percorso che ho fatto e per loro è molto importante che io, in ogni caso, racconti delle storie, che sia attraverso un libro, attraverso un film o alla radio. L’hanno capito perché l’ho sempre detto ed è incredibile come questo libro sia entrato veramente nel cuore di migliaia di persone.

C’è, tra i personaggi del tuo libro, qualcuno che ti rispecchi o che rispecchi di più la tua visione d’insieme?
A parte mia nonna, perché siamo parenti, simili sotto tantissimi punti di vista, non solo nipote e nonna, ma prima di tutto amici, forse la persona in cui più mi sono rispecchiato è sicuramente Anna, la nuotatrice. Credo che lei sia la creatura più semplice, potente e magica di tutto il libro: è incredibile non solo la sua storia, la sua provenienza e la leggerezza con la quale ha affrontato per tutta la vita un mare in tempesta, ma anche il fatto che rimanga forte anche a novant’anni. Più che un rispecchiarmi in lei, il mio è desiderio di diventare come lei quando sarò più grande e quando sarò anziano. Ciò che spero per me e per chiunque altro è capire, come ha fatto Anna, da dove veniamo e a cosa apparteniamo. Lei ha capito da piccolissima che la sua essenza è il mare, ed è meraviglioso perché c’è chi rincorre questa consapevolezza per tutta la vita. Però non si è spenta: ha continuato a cercare nonostante conoscesse la sua provenienza e la sua destinazione e questo fa di lei un personaggio assolutamente magico.