L’ultima edizione di giovani creativi ci permette di conoscere i dodici talenti da angolazioni e con modalità differenti. Li abbiamo fotografati, li abbiamo intervistati, abbiamo indagato i loro profili dai social network e lo scorso 28 novembre ci abbiamo chiacchierato. Li abbiamo fatti tornare a Palazzo Massimo, dove il progetto Giovani Creativi rimarrà in esposizione fino al prossimo 31 gennaio.

Alla tavola rotonda di confronto hanno partecipato: Alain Parroni, selezionato per la categoria cinema, Giovanni Vetere, della categoria arte, Federica Andreoni del gruppo Gnomone, scelto per architettura del paesaggio per la prima edizione di Giovani Creativi e Federica Sofia Zambeletti, che grazie al suo operato con KooZA/rch è stata premiata nella disciplina dell’architettura.

Ecco cosa ci siamo detti.

Alain, il tuo lavoro ricerca e riflette l’estetica degli scenari suburbani, delle periferie. Quali facce della bellezza facciamo ancora difficoltà a cogliere?

Alain Parroni: Più che periferia, direi quasi campagna romana. Da fruitore, quando mi confronto con il cinema di periferia non riesco quasi mai a provare empatia. Spesso è quasi lo sguardo di un turista che va nei luoghi, apparentemente timoroso di quegli spazi.
Per me è un ambiente molto piacevole, esteticamente appagante. Con l’ultimo cortometraggio ho cercato un pretesto narrativo per raccontare i luoghi dove sono cresciuto.
L’estetica secondo me si sta sviluppando e diffondendo grazie alla tecnologia, in maniera autonoma. Nel corto mi chiedo: perché gli uomini primitivi disegnavano i graffiti? Per me è praticamente un istinto, qualcosa che ci appartiene e che non ci possiamo scollare di dosso. Lo stesso motivo per cui tutti noi abbiamo una fotocamera e non possiamo farne a meno.

Giovanni, quanta progettazione c’è nel tuo lavoro? In che modo si arriva all’opera finale?

Giovanni Vetere: L’istinto gioca un fattore molto importante: l’artista deve saper ascoltare il suo corpo, tornare bambino, agire d’impulso. Deve sapersi relazionare con ciò che ha davanti e volerci interagire. Ma non credo che l’artista sia solo questo, non è una persona chiusa in un mondo parallelo che fa cose misteriose. C’è una parte più didattica, formale e progettuale.
Per esempio mi è capitato di lavorare a una grande struttura per un progetto e per sei mesi mi sono occupato di pianificazione e disegno, ho contattato diversi artigiani e ho lavorato con loro. La mia pratica artistica è un equilibrio tra le due componenti, mi piace stare nel mio studio e lavorare da lì, schizzare, modellare, ma è altrettanto bello doversi confrontare con professionisti di altri settori per mettermi in gioco e operare con loro.

Federica, come si fa a lavorare su qualcosa che esiste già? Come si fa a dar valore alla bellezza già radicata?

Federica Andreoni: Questa domanda mi guida direttamente a parlare del modo di lavorare che ci appartiene e che costituisce un’attitudine a cui facciamo riferimento sempre. Il nostro obiettivo consiste nel creare dei sistemi costituiti da vari elementi; ci sono quelli nuovi e ci sono tutti quelli preesistenti. Il primo passo, che precede il progetto vero e proprio, consiste nel leggere l’ambiente in cui ci dobbiamo inserire, e capire quanto questo sia già forte, bello, caratterizzato.
Da qui cerchiamo di individuare i valori da mettere in risalto e ci sovrapponiamo a ciò che è preesistente aggiungendo sempre un valore altro. Il nostro non è mai un intervento di umiltà o di silenzio, ma è un discorso di relazioni tra vecchio e nuovo.

Sembra che l’architettura degli ultimi anni consista principalmente in un lavoro di rimaneggiamento di costruzioni esistenti. Federica, che ruolo ha l’estetica in questo momento? Quanto è sacrificata?

Federica Sofia Zambeletti: Voglio rispondere raccontando una ricerca che sto facendo in ufficio, una ricerca sull’architettura in Antartide. L’Antartide fu scoperta duecento anni fa e sto cercando di capire come abbia fatto l’uomo a vivere in quel continente con diversi gradi sotto zero. Gli edifici lì si sono sempre sviluppati sotto forma di prefabbricati – il primo, con tanto di veranda, è stato assemblato in Australia e portato successivamente in loco – e per questo l’estetica risulta molto distante da ciò che si insegna agli architetti.
Oggi però guardando queste strutture vedo un’architettura meravigliosa in cui tecnologia ed elementi formali collaborano riscrivendo l’idea di estetica e disegnano un immaginario in cui il bello coincide con l’utile. L’Antartide ci fa ripensare l’architettura.

Questa seconda edizione di Giovani Creativi indaga le radici del genio italico. Parte dal luogo, dalla connessione che la creatività ha con i posti. Tu, Giovanni, hai deciso di allontanarti dall’Italia per studiare a Londra. Che rapporto hai con i luoghi e con le tue origini? Quanto e come ti senti italiano?

Giovanni Vetere: Sicuramente a Londra devo molto. L’educazione che ho ricevuto lì mi ha dato l’opportunità di essere quello che sono e di relazionarmi all’arte con un rapporto molto sperimentale, libero e aperto. Mi ha consentito di sviluppare la mia pratica artistica e il mio linguaggio.
In realtà quando sono andato in Inghilterra l’ho fatto per scappare, non sapevo a cosa andassi incontro e non avevo questa consapevolezza.
Ogni volta che torno a Roma però rimango a bocca aperta di fronte a questi reperti, a questo fascino e vorrei poterne sfruttare tutta la bellezza.
Comunque non so rispondere a questa domanda, non so quanto mi sento italiano, non so se il fatto di essere nato in Italia mi rende italiano. Io mi sento di appartenere più al mare che all’Italia. Mi sento più vicino alle creature marine, questa cosa della nazionalità non mi appartiene. Sicuramente non mi sento inglese.

Alain, il tuo lavoro si sviluppa totalmente in Italia. Da cosa deriva questa scelta? Hai mai pensato di lavorare fuori dai nostri confini?

Alain Parroni: Il mio stretto rapporto con l’Italia si lega a questioni pragmatiche e al caso. Banalmente il fatto di essere nato qui mi permette di giocare con la rappresentazione perché sono questi i luoghi che conosco, è un fatto di comodità.
In realtà da fruitore attingo a reference da tutto il mondo: il mio corpo è nato qui, si è formato qui, ma il mio sguardo è influenzato da altro, da tutt’altro.
Credo che nel mio lavoro il “come raccontiamo” sia più importante di “cosa raccontiamo” o “dove raccontiamo”.

Federica, voglio farti una domanda forse inappropriata. Tu ti occupi di architettura del paesaggio. Quanto – e in che modo – questa disciplina è legata alle dinamiche ambientali in fermento negli ultimi tempi? Quali sono le vostre responsabilità da questo punto di vista?

Federica Andreoni: Domanda pungente. Sono convinta che ciascuno di noi possa e debba fare molto a prescindere dalla professione. Nella vita lavorativa noi di Gnomone non ci occupiamo di progettazione ambientale, siamo architetti. Anche quando progettiamo con la natura ci occupiamo dell’abitare, del rapporto dell’uomo con essa, non ci rivolgiamo alle questioni climatiche o ambientali. Sicuramente ci interessa lavorare con gli elementi naturali come materia per il progetto. Della natura sfruttiamo il lato materico. È una questione che sta al limite tra architettura del paesaggio e architettura del costruito entro la quale balliamo con molta gioia senza troppe distinzioni, pur riconoscendo l’autonomia delle discipline. Quindi semplicemente cerchiamo di usare con consapevolezza le materie naturali che utilizziamo.

Prima ci siamo confrontati sull’apparente crisi dell’estetica. Federica, in generale l’architettura in che direzione sta andando? Sta forse morendo? Ti capita di pensare che sarebbe stato più bello essere un architetto qualche decennio fa?

Federica Sofia Zambeletti: Assolutamente no. Sono davvero felice di operare in questo momento. Credo che l’architettura stia semplicemente evolvendo. Un grande punto di riferimento per me è il lavoro di Neri Oxman al MIT lab, un laboratorio di ricerca in cui l’obiettivo è quello di dimostrare che l’architettura può crescere con la natura, che costruire con elementi immutabili, come facciamo oggigiorno, non è l’unica via.
Al MIT lab Invece di lavorare con elementi individuali prefabbricati, studiano gli elementi della natura da un punto di vista chimico e biologico per farli crescere nel tempo e nello spazio e per dar vita a quella che può essere una struttura architettonica in continua evoluzione.
Io credo che questo sia un periodo di grande cambiamento in cui abbiamo l’opportunità di riscrivere le regole dell’architettura, sia per chi la abita sia per il suo rapporto con la natura. È un momento di euforia e grande potenziale. I cambiamenti mi entusiasmano e, a proposito, volevo fare una domanda a Alain Parroni: con KooZA/rch, ci concentriamo molto sul disegno e ultimamente stiamo lavorando sulla fotografia. Ci stiamo chiedendo come il modo di fotografare l’architettura stia cambiando. Nel tuo lavoro col cinema come ti relazioni agli ambienti, agli edifici, alla costruzione?

Alain Parroni: Purtroppo c’è molto attrito da parte dei produttori rispetto all’architettura, spesso risulta difficile lavorare dove si vorrebbe, ci sono molti limiti. Ciò che cerco di far capire alle nuove produzioni è che la mia generazione costituisce una sorta di post-cinema nel senso che noi, grazie alle nuove tecnologie, abbiamo la possibilità di girare dove vogliamo e quando vogliamo, senza permessi e garantendo una qualità più alta rispetto a quella dei professionisti di venti anni fa. A livello scritturale non viene mai permesso di pensare ai luoghi con la massima libertà. Io posso arrampicarmi dove voglio, nascondermi e riprendere posti sorprendenti, ma poi nel cinema questo è praticamente impossibile.

Nicola Brucoli (mente del progetto Giovani Creativi): Io vorrei allacciarmi a quello che ha detto Alain. Alcuni luoghi sono inaccessibili e noi tutti con questo progetto l’abbiamo visto, portare i nostri creativi all’interno dei siti archeologici è stato bellissimo, ma prima è stato molto difficile. Abbiamo vissuto spazi a volte chiusi al pubblico, in qualche modo dimenticati, sottovalutati. Questo progetto ha acceso la speranza che tramite tutto questo lavoro si abbia la possibilità di rivedere questi spazi. Per voi cosa ha significato vivere questi spazi?

Federica Sofia Zambeletti: Nel periodo in cui sono venuta a Roma per scattare il mio ritratto per Giovani Creativi al Foro di Augusto stavo facendo una ricerca su alcuni edifici che rappresentano effettivamente dei pilastri dell’architettura. Ho consultato tantissimo materiale, tantissime fotografie. Poi con voi mi sono immersa fisicamente nel Foro. C’ero sempre passata affacciandomi, camminando. L’immersione mi ha permesso di vivere l’esperienza vera. La capacità di lettura dello spazio che un architetto possiede ha moltiplicato le sensazioni e il fascino che si vivono in questi spazi. Raccontare e fotografare l’architettura sono attività fondamentali, ma questo tipo di esperienza è unica perché personale e quindi altrettanto importante.

Federica Andreoni: Io per la scorsa edizione ero con gli altri ragazzi di Gnomone a Roma in una serra bellissima che in genere non è visitabile. Un luogo molto stimolante, abbiamo fatto una passeggiata in uno dei giardini più preziosi che abbiamo in città. Ci siamo molto divertiti sotto al sole cocente.

Alain Parroni: Per me è stato strano. Decisamente strano. Avevo uno spazio immenso solo per me. Ostia antica, una città popolatissima in passato, coi mercati e tutti gli spazi della città, popolatissima anche oggi di turisti. Io ero solo. Mi ha lasciato la voglia di scavalcare i cancelli quando è chiuso.


Gli appuntamenti con i creativi e col team del progetto, proseguono sabato 7 dicembre a Palazzo Massimo con la lectio “Fotografia tra antico e contemporaneo” con Riccardo Ferranti e Simone Galli e, nella stessa sede, giovedì 12 dicembre alle 20.15 una seconda talk ospiterà alcuni creativi di questa e della scorsa edizione.