Dopo gli anni ’80 la fotografia contemporanea subisce un processo per il quale è sempre più uno strumento di massa, dalle prime macchine con meccanismi automatici alla rivoluzione digitale.

Questo fa sì che la fotografia diventi enormemente più accessibile e, di conseguenza, che le persone pronte a confrontarsi con questo linguaggio aumentino repentinamente.
Una delle considerazioni che viene fatta sulla fotografia contemporanea riguarda l’assenza di una corrente espressiva preponderante, in favore di una enorme varietà di approcci e risultati, figli, probabilmente, anche di questa nuova accessibilità che lo strumento fotografico ha da circa due decenni. Ovviamente chiudere un percorso sulla storia della fotografia prevede che si arrivi alla fotografia contemporanea, considerando che già percorrere la storia della fotografia costringe a fare una selezione e a escludere nomi illustri, se si parla di autori attuali diventa ancora più difficile concentrare le varie correnti in pochi nomi.

Va detto che nella fotografia contemporanea, nonostante le nuove tecnologie digitali, le modalità di scatto e di gestione della luce rimangono quelle dell’analogico, una reflex analogica differisce da una digitale solo per il supporto che viene impressionato dalla luce (pellicola per l’analogico, sensore digitale per il digitale); la rivoluzione digitale, quindi, più che il processo fotografico, stravolge incredibilmente i tempi di fruizione e l’accessibilità della fotografia, offrendoci quel panorama eterogeneo che abbiamo davanti in questi anni se parliamo di fotografia contemporanea. Senza dimenticare poi che ancora molti fotografi preferiscono scattare in analogico, magari con l’utilizzo di macchine medio formato o banchi ottici, a testimonianza di quanto detto poco sopra, ovvero che l’impatto più grande del digitale è stato quello di portare la fotografia alle masse, che poi dalle singole individualità viene approcciata in modalità molto differenti tra loro.

Si può sicuramente parlare ancora di macrocategorie, mantenendo all’interno di queste innumerevoli sfumature, che si trovavano con la fotografia analogica; dal paesaggio, spesso declinato all’interno degli spazi urbani e/o industriali da fotografi come Massimo Siragusa, Walter Niedermayr, fotografi italiani che per stile ricordano in qualche modo la Scuola italiana di paesaggio, Luca Campigotto, altro italiano con un’estetica più impattante dei primi due ma comunque attento all’indagine sul territorio, italiano e non, poi  Harry Gruyaert, Edward Burtynsky e Jonas Bendiksen, anche se quest’ultimo è sì attento ai modi dell’abitare ma ha anche una forte vena documentaristica tipica della fotografia di reportage, che è rappresentata oggi da nomi come quelli di Paolo Pellegrin, reporter di guerra nel senso classico del termine e vincitore di numerosi premi, poi Steve Mc Curry, che racconta da quasi quaranta anni conflitti, usi e costumi di molti paesi asiatici e non, e Alec Soth, narratore di molte parti dimenticate che si trovano meno sotto i riflettori, dal Midwest alle cascate del Niagara. Questi sono solo alcuni nomi, il panorama contemporaneo è vastissimo e si arricchisce anche di una corrente piuttosto recente che è la staged photography, la fotografia preparata sul set, i cui massimi esponenti ad oggi sono Gregory Crewdson e Jeff Wall, oltre a una grande quantità di autori più difficili da catalogare; su tutti Martin Parr, fotografo britannico che si potrebbe definire in qualche modo di reportage, anche se portatore di un’estetica tutta sua, volutamente kitsch e grottesca, che diventa così influente all’interno della sua produzione da non permettere di considerarlo un classico documentarista.

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Questa è solo una panoramica della fotografia contemporanea, così ricca di linguaggi diversi che è impossibile riproporli tutti. Come bonus track di questo sguardo generale sulla produzione fotografica attuale, gli autoritratti di Martin Parr, di certo il fotografo più ironico della sua generazione.

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