Quest’anno ricorre il quarantennale della nascita dell’Estate Romana e, nonostante il tempo, la creazione di Renato Nicolini non smette di ricordarci che effimero non significa per forza temporaneo.

Per parlare dell’Estate Romana bisogna andare all’anno prima della sua nascita, è il 1976 e Giulio Carlo Argan diventa sindaco di Roma, è il primo sindaco non democristiano della Roma Repubblicana e, all’interno della sua Giunta rossa, porta con sé un 34enne scapestrato e precario assistente della Facoltà di Architettura, Renato Nicolini.
Il ruolo che gli viene riservato da Argan è quello di assessore alla cultura, Nicolini accetta e onestamente ammette che le 30.000 lire di gettone di presenza per ogni seduta del consiglio Comunale ebbero un discreto peso alla base della sua scelta.

Per capire la portata dell’Estate Romana bisogna contestualizzare e capire che città fosse la Roma di Nicolini. Era, in primis, una città in cui il centro era vissuto in maniera tangenziale dai cittadini, relegato più a luogo di lavoro che a una parte della città da vivere a pieno, soprattutto per gli abitanti delle borgate. In secondo luogo era una città poco sicura, nel pieno degli anni di piombo, proprio in quell’anno veniva arrestato per la seconda volta il brigatista Renato Curcio e, solo due anni dopo, sarebbe stato sequestrato Aldo Moro. Anche a causa di questo la vita culturale della città era molto scarsa e soprattutto divisa per fasce, ad una situazione culturale molto elitaria il ceto meno abbiente rispondeva con la stagione delle cantine e dei cineclub, un circuito sotterraneo di diffusione della cultura.

In questo frangente Nicolini inizia la sua rivoluzione, il 25 Agosto del 1977 l’Estate Romana esordisce con la proiezione di Senso, di Luchino Visconti, alla basilica di Massenzio.
Il successo è enorme, con il tempo la manifestazione diventa un punto fermo delle estati capitoline, nei successivi 9 anni la proposta è sempre maggiore e variegata.
Intorno a Massenzio nasceranno e si evolveranno il Festival internazionale dei poeti sulle dune di Castel Porziano, il Parco centrale di Franco Purini, la mostra Avanguardia-Transavanguardia curata da Achille Bonito Oliva. L’Estate Romana, in brevissimo tempo, non è più un evento costituito in un solo luogo e legato esclusivamente al cinema, ma va a coinvolgere l’intero organismo urbano e, soprattutto, l’intera cittadinanza.
Il merito di questa manifestazione è, infatti, quello di aver abolito le gerarchie tra la cultura elitaria e la cultura popolare e, soprattutto, di aver restituito, in qualche modo, la città ai suoi abitanti.

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Il cinema alla basilica di Massenzio

40 anni di Estate Romana. Come una strategia effimera può realizzare un'utopia.

“C’erano le famiglie con la casseruola di maccheroni e i ragazzi che si rullavano una canna. Fu allora che i ragazzi capirono che la pastasciutta non fa male.” Renato Nicolini parla della prima proiezione alla basilica di Massenzio.

Senza costruire nulla di permanente Nicolini dà nuova vita a dei luoghi con tutt’altra destinazione d’uso (a volte anche abbandonati) grazie alla forza di un pubblico che, probabilmente mosso anche da un senso di rivalsa nei confronti del terrore degli anni di piombo, esce nuovamente di casa e si riprende quella città che in quegli anni è relegata ad essere la scenografia di se stessa.
Non è il luogo che fa l’evento ma sono le persone che lo frequentano a dargli uno scopo,
l’utopia della modificazione della città si realizza attraverso il non costruito, il non pianificato, e apre la stagione dell’effimero, che durerà per tutta la permanenza di Nicolini all’assessorato.
Nonostante lo stesso Nicolini non apprezzasse questa terminologia, ma preferisse parlare di Meraviglioso urbano, il dibattito intorno all’Estate Romana si mosse intorno a due poli che discutevano dell’utilità o meno di una politica effimera.

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La festa di capodanno nel traforo di Via Milano

A 40 anni di distanza, invece di stagnare in questa dialettica dell’utilità, è opportuno storicizzare l’Estate Romana e prendere atto che una parte della vita della città deve anche essere consacrata alla serenità di chi la abita, e questo è il lavoro di questa strategia dell’effimero, che non è più legata a qualcosa di temporaneo e superficiale ma si rivela capace di parlare anche un linguaggio concreto, che lascia un’eredità che ha il compito di farci capire che la città non cambia solamente attraverso il cemento e la pianificazione urbana. Perchè costruire con i mattoni indirizza un’esperienza, e l’innovazione portata da Nicolini è stata la comprensione di questo processo e la volontà di lasciare che questa esperienza fosse governata da una struttura immateriale, sostanzialmente dal convergere insieme di una comunità in un determinato luogo, aprendo a delle possibiltà anche differenti da quelle che offre la pianificazione urbana tradizionale.
Nella Roma di Nicolini l’effimero era un ventaglio di opportunità, la parte di un’utopia che temporaneamente può essere messa in atto.