Imbattersi nell’arte, sbatterci completamente non solo la testa e andare avanti. Andare avanti nonostante difficoltà, nonostante il mancato supporto delle persone più vicine, nonostante il mancato sostegno del contesto in cui si vive,  nonostante tutto.  Nonostante tutto la parola d’ ordine è CREDERCI. Credere nel sogno. Sognare e credere che i sogni, quelli che abbiamo sin da bambini, un giorno riusciremo a toccarli con mano. E una volta sfiorati, sgomitiamo, sgomitiamo, ci aggrappiamo e non vogliamo mollarli più. Oggi The Walkman  Magazine incontra un ragazzo, un ragazzo giovane, che altro non è che l’ immagine di questo mix di sensazioni. L’ esempio di chi ha sognato e non si è lasciato andare, l’esempio di chi ha trovato una strada da percorrere per arrivare al suo sogno. L’esempio di chi si è innamorato dell’arte della recitazione: Vito Mancini.

Ciao Vito, entriamo subito nel vivo dell’ intervista, quando e come nasce la passione per la recitazione?   

Non so, credo di averla sempre sentita come una necessità innata! Ero incuriosito da una sorta di magia che mi legava a questo tipo di espressione. A dire il vero ho un ricordo particolare, un film che usciva nel 1984, e qui ci si perde nel trovare delle coincidenze, non a caso nel 1984 ci sono nato, che è “C’era una volta in America”, per me, il film più bello di sempre. Rimasi profondamente affascinato e si sviluppò in me una curiosità fortissima nel capire e vedere questa Arte  come una grande forma di comunicazione, e io ero lì, e non cercavo altro che un mezzo per comunicare tutto il “casino” che mi porto dentro! Sicuramente non sono cresciuto in un contesto familiare e sociale dove si mangiava pane e recitazione e come tutti i genitori anche i miei prediligevano un percorso di vita e professionale “più sicuro” (ovviamente se sei abituato a svegliarti alle 5 del mattino per andare a lavorare da quando hai 10 anni i punti fermi di una vita sicura diventano ben altri rispetto ad un, seppur fantastico, sonetto di Shakespeare) . Ho fatto praticamente tutto il contrario di ciò che era prestabilito, non senza difficoltà, ovvio,  ottenendo anche belle soddisfazioni.  Mi son ritrovato a  provare delle sensazioni magiche e a sentirmi davvero vivo, a respirare a pieni polmoni la mia aria, e a sentirmi sicuro di aver fatto la scelta giusta, quella che mi fa sentire vivo.

Molto bene, facciamo un piccolo passo indietro e ripercorriamo, con salti da gigante, quello che è stato il tuo percorso di vita. Vito nasce in una piccola cittadina in provincia di Taranto, pensi che questo ti abbia in un certo senso limitato?

Esatto, sono di Avetrana, praticamente il mio nido, le mie radici, il mio sangue. Certo, in una realtà piccola all’inizio si riscontrano tante difficoltà soprattutto per un’accessibilità ai servizi, per forza di cose limitata, pensa che da ragazzino di nascosto andavo a Manduria, il comune limitrofo per noleggiare film, o andare al cinema, e i problemi iniziavano quando perdendomi nei meandri di titoli e pop corn perdevo il bus per il ritorno! A volte il contesto in cui si cresce diventa anche un alibi, per certi versi, e un po’ per sentirsi accettati, un po’ per comodità, si preferisce abbandonarsi all’idea che in un piccolo paese del sud italia non si possano coltivare e inseguire i propri sogni, niente di più sbagliato, i sogni non hanno limiti e nelle difficoltà possono solo spingerti ad essere più forte. Forse le complessità si riscontrano più da ragazzini, la schiettezza e il cinismo che riusciamo ad avere da piccoli  è qualcosa di molto forte e molto influenzabile: le differenze si notano di più. Ad esempio “se non ti piace il calcio è perché non sei normale!” ti dicevano, e questo mi ha portato a vivere e coltivare questa passione un po’ da solo. Da una parte mi sentivo fortificato e spronato a non mollare e continuare così, fino poi ad ottenere la conferma che le persone che avevi vicino, seppur estranee al tuo mondo, vivono con te le tue emozioni, nonostante tutto. E oggi quando li vedo emozionarsi insieme a me, per ogni piccola vittoria ma soprattutto quando sono accanto a me nelle difficoltà non posso che ritenermi fortunato come nessun altro.

Scegli quindi di inseguire il sogno della recitazione, un’arte che richiede molto studio, oltre che tanto talento. Parlaci di questo percorso formativo.

Dopo le scuole superiori, non vedendo, anzi sentendo i miei genitori non molto propensi a lasciarmi correre il rischio di una carriera “non sicura” in campo artistico ( perché, ahimè, nel grande paradosso chiamato Italia il concetto di arte non ha la sua degna valorizzazione!), inizio il mio percorso di studio iscrivendomi a Giurisprudenza a Lecce, in quanto il diritto mi è sempre piaciuto. Più andavo avanti e più ero lì in aula che mi chiudevo in me e scrivevo. Immaginavo di essere dentro un set, in cui il professore e i compagni di aula ne erano i protagonisti. Mi convincevo che era davvero ciò che volevo. I miei genitori non erano d’accordo sul fatto che mi trasferissi a Roma, temevano che mi potessi perdere negli affascinanti meandri della recitazione a discapito delle materie universitarie. Fino a quando decido, su consiglio di un mio caro amico, di trasferirmi a Parma ed iscrivermi alla Facoltà di Economia: in realtà ciò che mi ha convinto di più erano le poche ore di viaggio che mi separavano da Roma e la distanza da casa che mi permetteva di agire in tranquillità! E così è stato. Arrivato a Parma mi sono buttato su un treno e sono arrivato a Roma,  ho cominciato a fare provini a diverse scuole di recitazione, ho avuto la fortuna di conoscere Beatrice Bracco e poi successivamente frequentare il DUSE di Francesca De Sapio. Diciamo che non si finisce mai di imparare!  Non ci sarà mai un percorso di fine, e non credo di voler mai smettere di farlo. Anche perché quando ti cibi e riempi i polmoni di quell’emozione ed entusiasmo è difficile lasciarlo assopire in quell’istante. Poi parliamo di un mestiere che è vivo di suo, e per essere perfetto ( qualora la perfezione esistesse) dovresti avere innanzitutto la piena consapevolezza del proprio io, trovare il proprio centro, lavorarci, sentirlo, toccarlo, affinché lo si senta sempre vivo. Questo percorso di studio non è stato semplice, mi muovevo di nascosto dai miei genitori e non avevo grandi possibilità economiche, ritrovandomi così spesso a viaggiare nei bagni dei treni, quando non avevo il biglietto, o rimanere notti in stazione mangiando solo un tramezzino! Ma questo “sacrificio” non mi pesava affatto, c’era un voglia di fare e di crescere in questo ambito che mi dava la giusta carica per andare ancora e ancora avanti, e reinventarmi in diversi mestieri pur di frequentare questi laboratori. Fin quando non inizio a lavorare per una Band come assistente, un lavoro bellissimo che mi ha aiutato ad aprire ancor più la mia mente, questo lavoro mi regalava delle grandi soddisfazioni personali e non di meno una certezza economica, ma mi impegnava molto, impedendomi di seguire i corsi e di accantonare quei miei progetti. Mi svegliavo la mattina ed ero sì appagato, ma sentivo che qualcosa mi mancava.. e decisi di mollare tutto e andare incontro a qualsiasi esperienza che mi portava a cambiare le carte in tavola con il conseguente obiettivo di trasferirmi stabilmente a Roma e continuare ciò che avevo iniziato. Era arrivato il momento  di condividere queste mie sensazioni e esperienze  con i  miei genitori : fondamentale il confronto con mio padre, un confronto umano e maturo che mi ha rafforzato. “Quando ci si espone davanti a qualcuno o qualcosa bisogna essere  capaci di prendersi ogni genere di  responsabilità, essere consapevoli che si sta giocando con la propria vita e la propria persona”, questo il suo grande consiglio che ancora porto con me.

Insomma, un ragazzo che sa quel che vuole! Di te però conosciamo anche un’ altra veste: Vito Mancini concorrente della dodicesima edizione del Grande Fratello. Raccontaci anche di questa esperienza, e se ti ha come dire ” aiutato” a raggiungere il tuo obiettivo.

Arriva l’estate, ero in spiaggia con i miei amici per un aperitivo, non a caso quel giorno c’erano i provini del Grande Fratello, e un po’ per gioco, un po’ per costrizione dei miei amici, un po’ per l’ilarità della situazione, decido di accettare le continue richieste degli scout del programma a girare un’intervista, e cosa ancora a me inspiegabile, mi prendono come partecipante del gioco! All’inizio ero un po’ scettico, perché non conoscevo molto il format in quanto non lo seguivo e non sapevo a cosa andavo incontro, ma mi sono buttato. Non ho mai visto il programma come “trampolino di lancio” per ciò che volevo fare, ovvero per la recitazione, né per avere una sorta di “notorietà” anche perché non ho mai creduto che i reality e/o la conseguente notorietà abbiano niente a che vedere con la recitazione, semplicemente l’ho visto come un evento fuori dall’ordinario che cambiava appunto le carte in tavola. Mi sono ritrovato ad affrontare situazioni che non credevo potessero creare scontri o stupori o “casi” esclusivamente volti alla vendita di un prodotto commerciale utilizzando ad esempio la sessualità, la sensibilità o addirittura la semplice educazione e il modo di porsi che una persona può avere o vivere. Ahimè ciò che ho constatato è che la televisione ti indirizza su determinati temi più che altri magari più “veri”, in tal modo da vendere di più un prodotto perché è ovvio che il nudo, una doccia sexy e un litigio possano vendere di più di un discorso che porta ad una consapevolezza sociale (anche perché se qualcuno avesse voluto un popolo consapevole di sicuro non avrebbe cercato di inebetirlo con l’oppio mediatico) . Viviamo in un paese dove l’essere unici e irripetibili non ha più senso, si sceglie la sbiadita omologazione del niente pur di far parte di quelli “fighi”, che “contano qualcosa”, e invece di condividere queste unicità attraverso il confronto di diverse culture ed esperienze continuiamo a vagare come fantasmi in cerca della propria dannazione da scontare, l’importante che sia “glamour.

Come hai vissuto il ritorno “alla vita reale”, cos’è cambiato? 

Dopo il Gf ho avuto un riscontro sulla società in cui vivo molto rilevante: non mi sentivo di aver fatto nulla di che, e provavo un certo imbarazzo quando mi si chiedeva un autografo o una foto. Io un autografo lo chiederei ad un Rodotà, personalità di rilievo per me in campo giuridico e non solo, e quindi non mi sentivo all’altezza di un autografo, magari inconsapevolmente smorzando anche gli entusiasmi  di chi mi aveva seguito durante il programma! Ma poi capisci, al di là di tutto, puntando esclusivamente all’animo umano che chi ti guarda costantemente  si affeziona al personaggio, e quindi ti ritrovi a contatto con persone che si rivedono in te e nascono dei confronti, degli scambi di energia umani ed è bello e costruttivo. Sentire delle persone che ti seguono e ti appoggiano in ciò che fai ti dà forza.

Sei stato scelto nel cast di “Dignità Autonome di Prostituzione”, la Casa Chiusa dell’Arte , un progetto teatrale firmato Luciano Melchionna e Elisabetta Cianchini. Uno spettacolo che da cinque anni riscuote tanto successo non solo in Italia. Parlaci di questo incontro con il regista e di questo tuo personaggio “L’IO IO IO”.

“Incontro Luciano ad una cena, poco dopo c’erano i provini per questo spettacolo. Faccio il provino  e mi è andata bene! La mia più grande felicità è di aver incontrato una persona come lui, che mette al primo posto il cuore. Luciano è un grande uomo, un grande motivatore e una grande persona, ma soprattutto è un grande artista che riesce a lavorare in una maniera così profonda senza mai risparmiarsi tanto da riuscire a capire e cogliere il meglio del tuo bagaglio emotivo, il centro che permette di sentirti vivo. Mi ha capito all’istante con grande coraggio e convinzione e non posso che essere grato per questa opportunità. Credo che l’IO IO IO sia il tipico personaggio che tutti vorrebbero prendere a schiaffi nel caso lo si incontrasse! Rappresenta il concentrato di danni collaterali che riguardano una società caratterizzata da esibizionismi forzati, dal voler apparire, dal voler seguire un appagamento di beni materiali e giganti. Un concentrato di insicurezza, solitudine e infantilismo che una società, quale l’ odierna può portare. Porta ad un’osservazione interiore di se stessi, ci si riempie di cose materiali completamente vuote, che ti lasciano il nulla più assoluto. La voglia di avere sempre qualcosa di più grande, sempre più grande per poi rimanere sempre più piccoli. Lui crede di essere un grande uomo e nel momento in cui realizza di esser solo e vuoto si sente perso: ciò che gli è più difficile è voler ammettere questa sua solitudine agli altri. Egli sa di esser solo e per deviare questo suo pensiero cerca di riempirsi sempre di cose nuove e futili e grandi, ma poi c’è una presa di coscienza che fa male. Ogni volta che vivo nei panni di questo personaggio e arrivo a questa scoperta si scatena in me un’emozione forte e unica. Ogni volta una diversa sensazione che mi porta ad una nuova riflessione ed ad un diverso coinvolgimento, un fermento continuo ed una consapevolezza che tocca me in prima persona e chi mi ascolta”.

DADP è una”nuova” forma di teatro: si apre al pubblico che diventa protagonista attivo dello spettacolo. Sceglie egli stesso di affidarsi ad un proprio attore e lasciarsi coinvolgere attraverso queste “pillole” di piacere. Che ne pensi di questa formula e soprattutto cosa ha rappresentato per te questo spettacolo?

“Mi è piaciuto e mi piace moltissimo! Il teatro ha un fascino suo difficilmente paragonabile ad altro. Questa formula ci permette di carezzare il pubblico e renderlo partecipe dello spettacolo, c’è una grande interattività tra pubblico e spettatore che fa sì che lo spettacolo diventi sicuramente più interessante e il pubblico più interessato,partecipe, coinvolto. DADP, è un fondamentale punto di passaggio per me come uomo e come artista, fondamentale punto di compagnia per tutta la carriera ( me lo auguro!).  Ci sono tanto legato, è una grandissima famiglia e si respira davvero un’atmosfera “da gita di quinto”, nella quale c’è una certa maturità, ma nel contempo anche quella spensieratezza del ragazzino entusiasta della vita. Un clima che porta alla condivisione, all’abbraccio del tuo compagno di classe, che ti riempie nonostante tutto, anche la stanchezza che a volte può causare la brulicante emotività del teatro. Un’isola che non c’è, davvero, nella quale si vive esclusivamente di emozioni e di cuore, vi si abbandona la quotidiana paura mascherata da cinica esperienza che oggigiorno ti buttano dietro come slogan.

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Che progetti ha Vito Mancini per il futuro?

“Adesso sto lavorando a dei progetti che curo da un bel po’ di tempo. Ho rincontrato dei miei amici attori che mi hanno spronato a lavorare anche insieme, unire alla recitazione la musica. Nel mio futuro c’è l’aria che respiro, la bellezza, i miei sogni! E poi molti altri, tra cui il progetto di costruire con le mie mani (si accetta qualsivoglia forma di aiuto volontario! ) una casa in campagna, niente di che, un posto ricreativo, aperto a tutti, nella mia terra natìa, un posto che narra ricordi di quando ero bambino legati alla mia famiglia che mi fanno sentire bene”.

“The Walkman” si pone come obiettivo quello di lasciare spazio e visibilità ai giovani talenti come te. Cosa ti senti di suggerire a chi ha deciso o sta decidendo di investire la propria vita nella creatività?

Crederci, sempre e comunque. Crederci non è mai una banalità, non puoi pensare che sia sempre tutto dritto senza ostacoli ed è in quel momento che la motivazione, l’obiettivo, il punto fanno la differenza. Crederci ed Emozionarsi per ciò che si fa: l’emozione è la linfa vitale che aiuta ad andare avanti!”

ENGLISH VERSION

Chancing upon art, completely smashing not only the head and then move on. Going ahead despite the difficulties, despite the lack of support of the closest people, despite the lack of support of the context in which we live, in spite of everything. Despite all, the watchword is BELIEVING. Believing in the dream. Dreaming and believing that dreams, those we have from childhood, one day we will be able to see them with our own eyes. And once we touched them lightly, we elbow and elbow, clinging without caving them in no more. Today The Walkman Magazine meets a boy, a young boy, who is nothing but the image of this mix of feelings. He is the example of who dreamed and did not let go, the example who found a way to go to reach his dream. He is the example of who fell in love with the art of acting: Vito Mancini.

Hi Vito, let’s go right to the heart of the interview; when and how did your passion for acting arise?

Actually I don’t know. I think I have always felt it like an innate need! I was intrigued by a kind of magic that bound me to this sort of expression. To tell you the truth, I have a special memory about a movie released in 1984. Here you can get lost in finding the coincidences. Not surprisingly I was born in 1984 and “Once Upon a Time in America”, for me, is the best movie ever. I was deeply fascinated and I developed a strong curiosity to understand and see this Art as a great form of communication. I just stayed there, looking for nothing more but a way to communicate all the “mess” I carry inside myself! Certainly, I did not grow up in a familiar and social context where you eat bread and recitation, and like all parents, mine too favored a professional way of living “safer”. Of course, when you are accustomed to wake up at 5 am to go to work since you are 10, your fixed points of a secure life are very different from a Shakespearean sonnet, although it is fantastic. I did pretty much the opposite of what I was predetermined to, of course not without difficulties, but I also got great satisfactions. I felt magical sensations and I felt truly alive, breathing with full lungs my air. I was sure I made the right choice, the one that makes me feel alive.

All right, now let’s step back a little and recall what your path has been. Vito was born in a small town in the province of Taranto; do you think this have limited you, in a certain way?

That’s right, I am from Avetrana. Basically that is my nest; there I have my roots and my blood. Of course, in a small reality like that, you encounter many difficulties especially for accessibility to services, which inevitably are limited. Consider that when I was a child, I used to sneak to Manduria, the neighboring town, to rent a movie or going to the cinema. Problems began when, getting lost in the maze of titles and popcorn, I missed the bus to come back home! Sometimes the context in which you grow up can becomes an alibi, in some ways, and a little to feel accepted, a little for convenience, we prefer to think that in a small town in southern Italy you can’t pursue your dreams. There is nothing more wrong than this. Dreams have no limitations and in difficulties they can only push you to be stronger. Perhaps, complexities occur more when you are a child. Frankness and cynicism we have when we are children are stronger and more impressionable. Differences are more obvious. For example, “if you don’t like soccer is because you are not normal!” you were told. And this led me to live and cultivate this passion by myself. However, I felt fortified and encouraged not to give up by obtaining the proof that the people around me, even unrelated to my world, lived with me my emotions, despite everything. And today, when I see them flashing up with me for every little victory I get, and especially when they are next to me in troubles, I can only feel lucky like no other.

So, you chose to pursue your dream of acting, an art that requires a lot of study, as well as talent. Tell us about your educational path.

After high school, not seeing, or rather hearing my parents not very likely to let me run the risk of an “uncertain” career in the field of art (because, alas, in the great paradox called Italy the concept of art doesn’t have its worthy appreciation!), I started my course of study by enrolling in Law in Lecce, because I have always liked jurisprudence. However, the more I went ahead, the more I shut myself in me just writing. I imagined being on a set, in which the professor and mates were its protagonists. I became convinced that it was really what I wanted. My parents didn’t want me to move to Rome. They were afraid that I could lose myself in the fascinating intricacies of acting, neglecting my academic studies. Then I decided, advised by a dear friend, to move to Parma and to enroll to the Faculty of Economics. Actually, what convinced me the most were the few hours of travel that separated me from Rome and the distance from home, allowing me to work in peace! And so it was. Once in Parma, I threw myself on a train and I arrived to Rome where I started doing auditions in different schools of acting. I had the good fortune to meet Beatrice Bracco and subsequently to attend the DUSE di Francesca De Sapio. Let’s say that you never stop learning! There will never be a path to the end, and I don’t ever want to stop doing it. Also because when you feed yourself and fill your lungs with certain emotions and enthusiasm, it is hard to leave it. Then we are talking about a job that is alive, and to be perfect (if perfection exists), you should first have a full awareness of your own ego, and then find your core, work on it, feel it, touch it, so it always feels alive. This course of study has not been easy. I moved secretly from my parents and I hadn’t great economic possibilities. So, I often travelled in the bathrooms of the trains, when I did not have the ticket, or I passed the nights at the station, eating just a sandwich! But this “sacrifice” didn’t burden me at all. My desire to do and to grow in this field gave me the right energy to go forward again and again, and to reinvent myself in various jobs in order to attend these workshops. Since I started working as an assistant for a Band. That was a beautiful work that helped me to open my mind. It gave me great satisfactions and an economic guarantee, but it also committed me a lot, preventing me to attend my courses and I had to put aside my projects. I woke up in the morning and I was so satisfied, but I felt that I was missing something… so I decide to quit everything and to go toward any kind of experience that could make me change the cards on the table, with the goal of moving permanently to Rome and continuing what I had started. That came the time to share these feelings and experiences with my parents. The contrast with my father has been essential to me; a human and mature comparison that strengthened me. “When you expose yourself in front of someone or something, you have to be able to take any kind of responsibility, to be aware that you are playing with your own life and your own person”, this was his great advice I still carry with me.

So, a guy who knows what he wants! But we also know another guise from you: Vito Mancini competitor of the twelfth edition of The Big Brother (Grande Fratello). Tell us also about this experience, and if it “helped” to achieve your aim.

It was summer. I was at the beach with my friends for a drink, and not by chance that day there were The Big Brother’s auditions. So, a bit for fun, a little for my friends’ constraint, a little for the hilarity of the situation, I decided to accept the constant demands of the scout of the program to turn an interview. And what still is inexplicable to me, they chose me as a participant in the game! At first I was a bit skeptical because I didn’t know much about the format, as I didn’t watch the show and I didn’t know what I was getting, but I threw. I never saw the program as a “springboard” for what I wanted to do, I mean for acting, or for having some kind of “celebrity” because I never believed that realities and / or the subsequent fame have nothing to do with acting. I saw it just as an event out of the ordinary that changed the cards on the table. I faced situations that I didn’t think they could create clashes or astonishments or “cases” exclusively aimed at the sale of a commercial product using, for example, sexuality, sensitivity or even the simple politeness and way of being that a person may have or live. Alas, I verified that television directs you on certain issues, more than others perhaps more “real”, so to sell more of a product. It is obvious that nudity, a sexy shower and a fight, can sell more than a discourse that leads to a social awareness (even because if someone would have wanted aware people, surely they would not try to daze them with media opium). We are living in a Country where being unique and unrepeatable no longer makes sense. We choose the faded approval of anything just to be a part of the “cools” that “count something”. So, instead of sharing our uniqueness through comparing different cultures and experiences, we continue to wander like ghosts looking for our own damnation to be served. The important thing is that it is “glamour”.

How did you experience the return to “real life”? What has changed?

After the Big Brother I got a very important confirmation on the society I live in: I didn’t think I did anything important and I felt a little embarrassed when I was asked for an autograph or a photo. I would ask Rodotà for an autograph, to somebody with a personality of significance to me, and not just to me, in the legal field. So I didn’t feel up for an autograph. Maybe, unknowingly, I damped the enthusiasm of those who followed me during the program! But then you realize, beyond all, just focusing on the human spirit that whoever looks at you constantly grows fond of the character, and then you find yourself in contact with people that recognize themselves in you review. So arise comparisons, human exchanges of energy and this is nice and constructive. Feeling people following and supporting you in what you do, gives you strength.

You have been selected in the cast of “Dignità Autonome di Prostituzione”, the Art’s brothel, a theater project signed by Luciano Melchionna and Elisabetta Cianchini. A show that for five years earns so much success, not only in Italy. Tell us about the meeting with the director and about your character the “IO IO IO”.

I met Luciano at a dinner and shortly after there were auditions for this show. I auditioned and I was fine! My greatest bliss is to have met a person like him, who gives top priority to the heart. Luciano is a great man, a great motivator and a great person, but above all he is a great artist, able to work in a so deep way, and never sparing. He understands and grasps the best of your emotional baggage, the center that allows you to feel alive. He understood instantly, with great courage and conviction, and I can only be grateful for this opportunity. I think the IO IO IO is the typical character that everyone would slap! He represents the concentration of collateral damages affecting a society characterized by forced exhibitionism, by the appearance, by pursuing the fulfillment of material goods. He is a combination of insecurity, loneliness and childishness that a society, just like today ‘s, can bring. It leads to an observation of the inner self. You fill yourself with material things, completely empty, that leave you absolutely nothing. The desire to always have something bigger, bigger and bigger but then you just get smaller and smaller. He thinks he is a great man and when he realizes he is all alone and empty, he feels lost. What is more difficult to him admitting his loneliness to other people. He knows he is alone, and to divert his thought he always tries to fill himself with new trivial and great things. But then there is an awareness that hurts. Every time I live in the shoes of this character and I arrive to this discovery, it rages in me a strong and unique emotion. Every time it is a different feeling that brings me to new thoughts and a different involvement. It is a constant ferment and an awareness that touches me in person and those who listen to me.

DADP is a “new” form of theater: the audience becomes an active protagonist of the show by choosing to rely on an actor and gets involved through these “pills” of pleasure. What do you think of this formula and above all what has meant this show to you?

I loved it and I love it! Theater has its own charm and it is hardly comparable to anything else. This formula allows us to caress the public and make it a sharer of the show. There is a great interaction between the audience and the spectator that makes the show becomes more interesting and the audience more interested, involved. DADP, is a key transit point for me as a man and as an artist. It will be a fundamental point of the company throughout the career (I hope so!). I am so attached to it. It is a great family and you really can breathe the “high school last year excursion” atmosphere, in which there is a certain maturity, but at the same time also the carefree little boy excited about life. A climate that leads to the sharing, the embrace of your classmate, who fills you in spite of everything, even tiredness that sometimes can cause the teeming emotions of theater. A really “never-land”, in which you live exclusively of emotions and heart. You just live the daily fear disguised as cynical experience that nowadays you are thrown behind as a slogan.

Which are Vito Mancini’s plans for the future?

Now I’m working on projects that I have been dealing with from long time. I met some friends of mine, actors too, who urged me to work well together, adding music to acting. In my future there is the air I breathe, the beauty, my dreams! And many others, including the plan to build with my hands (we accept any form of volunteer help) a house in the country. Nothing special, just a recreational place, open to everybody, in my native land. A place that tells memories of when I was a child, related to my family and that makes me feel good.

“The Walkman” aims to give space and visibility to young talents like you. What do you feel to suggest to those who have decided or are deciding to invest their lives in creativity?

Believe in it, anyway. Believe it is never trivial. You can’t think that it is always all straight, unobstructed, and that is when the motivation, the goal and the point make the difference. Believing and flashing up for what you do. Emotion is the lifeblood that keeps you going on!

Traduzione a cura di Daniela De Angelis