GranadaCircus, Vertèbra.

Le cose si fanno complicate, “come il diavolo fa immutato nel tempo” (Anubi). Vertèbra è uno sfogo, un’eruzione improvvisa di consolazioni spaventosamente strane, una manciata di colori urlati all’improvviso. Chi scomodare? Forse gli ormai tramontati Deasonika, forse una serie di gruppi inglesi di una trafila alternativa ricercata, il tutto filtrato dal suono di chitarra che ricorda e sa solo dei Granada Circus. Niente di eccezionale, niente di indispensabile, solo la lisergica e circolare emozione del guardarsi allo specchio, trasfigurati dalla consapevolezza. Il ritmo trascina, la maturità trascina, le parole trascinano, la musica trascina. E Apprezzo a stento trascina a sé come la forza di gravità.
Una dannosa emozione, rapida com’è rapido Vertèbra, i GranadaCircus mettono la firma ad un lavoro impeccabile. Impressionante, davvero.

La corsa è guidata da una certa rapidità spontanea, si arriva alla fine trasportati dalla chiarezza con cui questo gruppo di musicisti romani dipinge delle emozioni chiare e dirompenti. Un ritornello impossibile che si ripete nell’allucinazione trasfigurata di un album ben fatto, realizzato con gusto, con coscienza. Quello che doveva essere, insomma, il secondo album dei GranadaCircus: un album da ascoltare in loop.