Uova ed arte contemporanea – È nato prima l’uovo o l’arte?

 L’aria pasquale ormai alle porte svolazza come una colomba libera nel cielo e le mirabolanti traiettorie aeree del volatile lo conducono, suo malgrado, direttamente sulle nostre tavole imbandite; perché lo sappiamo, durante le festività anche lo stomaco vuole la sua parte. Per saziare gli appetiti suggeriamo un piatto molto semplice ma mai banale con cui stupire (o forse sconcertare) i vostri commensali, gli ingredienti sono pochi ma vanno ben dosati: bastano una scatola di uova fresche, creatività ed immaginazione quanto basta, un pizzico di irriverenza ed ecco che avrete creato una splendida portata a base di uova ed arte contemporanea, probabilmente immangiabile ma degna almeno concettualmente dei migliori ristoranti stellati.

Sarà forse per le sue implicazioni cosmogoniche o le numerosissime simbologie, per la sua geometria così sinuosa o per il carattere intrinsecamente vitalistico che le uova, fin da tempi remoti, hanno fatto la loro comparsa nel mondo dell’arte. Anticamente furono utilizzate come supporti sui quali realizzare pitture od incisioni, come attestano alcuni splendidi esemplari provenienti dalla lontane civiltà fenicia e punica e ritrovati soprattutto all’interno di tombe ipogee. Venivano infatti adibite a decorazioni sepolcrali, in grado di esorcizzare la morte tramite l’idea di rinascita che i suddetti popoli associavano ad esse, con l’auspicio perciò di far godere al defunto di una vita ultraterrena. Successivamente troveranno largamente diffusione come motivo all’interno di opere figurative di ogni genere, tra tutti gli esempi possibili basterà citare uno dei più celebri, oggetto di un enigma non ancora del tutto risolto: la Pala Montefeltro di Piero della Francesca. Dipinta tra il 1472 ed il 1474, mostra dall’alto di una calotta di una semicupola nella quale è scolpita una conchiglia un uovo di struzzo che pende da una corda e che ha dato adito a numerosissime interpretazioni, tra cui le più accreditate riguardano l’allusione al dogma mariano della verginità ed all’impresa araldica della famiglia committente. Infine le implicazioni dell’uovo non si risolvono soltanto in questi risvolti iconografici, ma hanno anche un carattere strumentale, essendo questo un gettonato ingrediente con il quale ultimare la preparazione della tempera per dipingere.

Ma abbiamo detto però in apertura che per il nostro piatto abbiamo bisogni di uova fresche e di certo quelle che ci hanno lasciato i fenici saranno scadute da un po’, per la ricetta di oggi dobbiamo procurarci delle uova utilizzate in un arco di tempo che va dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri.

Sono moltissimi gli esempi figurativi nei quali possiamo rintracciare la presenza di questo piccolo scrigno, dai quadri di Giorgio De Chirico a quelli di Felice Casorati, da Alberto Savinio a Mauritius Cornelis Escher. Alcuni artisti ne furono addirittura ossessionati, e senza dubbio il primo posto in questo elenco va al visionario Salvador Dalì. L’uovo surrealista è il frutto di una cova paranoico-critica, un archetipo ricco di significati profondamente inconsci e necessariamente universali: è origine cosmica del mondo, come nello straordinario quadro L’Aurora, di un’umanità mistica e mitica, come nella Metamorfosi di Narciso, ma anche dell’artista stesso, che in una nota foto scattatagli da Philippe Halsman è ritratto in posizione fetale all’interno di un uovo, quasi come a voler ritornare eternamente su sé stesso, traducendo visivamente l’idea di un inizio “ab ovo”, per utilizzare un’espressione creata da Orazio indicante proprio un ripensamento dalle più remote origini. Questo particolare attaccamento di Dalì è immediatamente ravvisabile anche in un’altrettanto particolare istituzione a lui dedicata, sulle mura della quale troneggiano a guisa di vessilli delle grandi forme ovoidali: il Teatro-Museo Dalì a Figueres, in Spagna. Un pittore vicino al Surrealismo, Rene Magritte, ha offerto dell’uovo una visione più retorica, fatta di racconti e visioni enigmatiche, di analogie e profezie. Nel quadro La chiaroveggenza raffigura sé stesso nell’atto di dipingere un uccello usando come modello dal vero un uovo, restituendoci la poetica immagine dell’artista che guarda il presente e vede il futuro. Nella Variante della tristezza rappresenta invece una gallina con alla sua destra un uovo appena covato, probabile futuro pulcino, ed alla sua sinistra un uovo appena cotto e pronto per essere mangiato, che la gallina guarda pensierosamente: atto e potenza si fronteggiano in questo quadro in maniera ironicamente malinconica, da un lato una vita che verrà, dall’altro una che sarebbe potuta essere. Altro grande artista gravitante attorno all’ambiente surrealista francese, Man Ray, ha proposto in alcune sue rayografie (delle foto ottenute impressionando la pellicola fotografica con oggetti di varia natura, appoggiati direttamente su di essa ed esposti ad una fonte luminosa) delle immagini dell’uovo volte a metterne in luce, nel vero senso della parola, la sua purezza formale. È interessante citare anche l’opera del pittore inglese Lucian Freud, che oltre ad aver dipinto alcune nature morte con ceste di uova ha realizzato anche, come facevano i nostri fenici e cartaginesi, un suo piccolo autoritratto su di un guscio d’uovo. E non si può terminare questa prima rassegna se non con un quadro dove non è direttamente raffigurato un uovo, ma se ne riproduce la forma sul telaio: La fine di Dio di Lucio Fontana, opera riprodotta in molte versioni e densa di significati escatologici.

 

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E se molti artisti si sono dilettati nel dipingerlo, altri invece hanno optato per una presentazione diretta dell’oggetto stesso. Tra di essi spicca il nome di Marcel Brodthaers, uno tra i maestri dell’arte concettuale, che nato come poeta approda successivamente alle arti visive perseguendo una poesia dell’oggetto. Tra i frammenti estrapolati dalla trama del quotidiano le uova, e soprattutto i loro gusci, furono sicuramente tra quelli a cui si rivolse con più dedizione. Suscitavano in lui la curiosità di poter lavorare con un fragile contenitore che fosse letteralmente svuotato del significato originario, in cui perciò potevano essere innestati e ravvisati contenuti altri. Gavin Turk, noto esponente degli Young British Artists, sposando in pieno l’attitudine postmoderna al citazionismo ha strizzato l’occhio a Brodthaers così come a molti ancora, creando interessanti rielaborazioni di opere aventi come soggetto delle uova. L’uovo come evocatore di una possibilità vitale compare spesso anche nella produzione di Nam June Paik, altro pilastro dell’arte del secondo ‘900, che in linea con la sua ricerca incentrata sulle possibilità dei nuovi media tra il 1975 ed il 1982 ha creato Three Eggs, installazione nella quale l’immagine di un uovo proiettata da un dispositivo di ripresa si fronteggia direttamente con il suo referente reale.

 

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L’uovo è stato inoltre al centro di numerose performances, tra cui la più celebre è sicuramente Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte di Piero Manzoni. Nel 1960 egli invitò un cospicuo numero di spettatori nella galleria Azimut a prendere parte ad un banchetto non convenzionale, dove venivano offerte da mangiare delle uova sode, timbrate con l’impronta digitale dell’artista a mo’ di firma. La spregiudicata ricerca di Manzoni, scandita da toni fortemente polemici, approdò perciò ad un’arte autofaga che si consuma nell’attimo stesso in cui viene esperita. Una performance altrettanto singolare è invece quella della svizzera Milo Moirè, nota per le sue trovate dissacranti ed alquanto interrogative. Nel 2014 ha presentato per la fiera internazionale d’arte di Colonia l’azione pittorica PloppEgg#1, delle uova ripiene di colore infilate direttamente nella sua vagina venivano covate e gettate su una tela bianca, ottenendo in tal modo una pittura scaturita dalla forza primigenia dell’organo riproduttivo femminile. Ed un’altra bizzarra cova è quella che proprio in questi giorni sta perpetrando il francese Abraham Poincheval, alle prese con un ciclo di performances all’interno del Palais de Tokyo di Parigi. L’ultimo tassello di questa impresa è appunto il tentativo dell’artista di covare letteralmente delle vere uova, svolgendo per un massimo di quattro settimane il ruolo della gallina, al fine di rimescolare e confondere le distinzioni del mondo animale.

 

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L’ultima parentesi riguarda la scultura, una forma primaria come quella dell’uovo la cui perfetta geometria rivela le trame ordinate della natura creatrice non poteva infatti non risvegliare l’interesse di molti. È proprio il lavoro sulle forme archetipe che condusse ad esempio lo scultore rumeno Costantin Brancusi, uno tra i padri della scultura contemporanea, a riprodurre questa fisionomia nella raffinatissima L’inizio del mondo, una scultura bronzea levigata in maniera tale da trasformarne la superficie in uno specchio riflettente, dove il rapporto tra l’oggetto e lo spazio circostante si risolve in un costante ed accidentale scambio osmotico che ne concretizza l’essenza, come accade anche per l’uovo stesso imperniato però su una simultanea dialettica fatta di interno ed esterno. Ed infine Jeff Koons, forse l’artista vivente più noto al momento, non ha mancato di dare una sua personale interpretazione a questo tema, se da un lato ha riprodotto con le sue varie versioni di Cracked egg delle giganti uova sgargianti ed aperte in due sezioni, dall’altro ha realizzato con Smooth Egg with Bow anche la versione consumistica dell’uovo stesso, il ben familiare uovo di Pasqua con tanto di fiocchetto e colori accattivanti, che tutti non manchiamo mai di comprare.

Non resta che aspettare di vedere cosa troveremo dentro la sorpresa.

 

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