Third Act. STARgazer.
Brano di classe, manifestazione dello stile di ragazzi che intendono il proprio modo di far musica con tanta coscienza e slancio disimpegnato.
Le influenze sono riconoscibili, ma la perfetta fusione tra le sonorità anni ’90 e quelle anni zero dimostra che i Third Act hanno ragionato sul proprio stile: un obiettivo vero e proprio. La spontaneità con cui si pongono dietro gli strumenti a tracolla e davanti alla telecamera, tuttavia, non sembra essere minimamente intaccata.
La tormentata spensieratezza adolescenziale viene messa da parte a favore di uno sguardo meno intenso, più emotivo. Prende corpo la possibilità di una giornata di sole, di un ritorno con il vento che scompiglia i capelli, di avere con sé quanto più si desidera. Una persona, un silenzio, l’avere l’occasione di non dire niente e di guardarsi soltanto. Il brano si regge su di una considerazione fondamentale: essere immersi in una di quelle situazioni da cui non si esce da soli, mentre il sapore immaginato tante vole svanisce, infinitamente meno importante di quello reale del contatto, che si prova nella conclusione di un incontro.
Gli anni novanta lasciano un segno tangibile sul modo di questi ragazzi di intendere la musica, e cioè quello di un british pop vicino alle tonalità indie di Strokes e (a tratti) Subways. Non solo per quello che riguarda le loro influenze, forse anche per quella certa attitudine alla naturalezza, al menefreghismo consapevole della pesantezza dei giorni. In poche parole oggi è luminoso, vale la pena di sorridere.