Polar Station è una band emergente, giovane, che stupisce per maturità artistica fuori dal comune. Descrivere la loro musica vuol dire ridurre i discorsi a zero e iniziare ad immaginare un luogo diverso.

Una fermata, come suggerisce il loro stesso nome, che indica la via di un binario che corre all’infinito e silenzioso verso il niente, leggero, del sole sulla faccia, di pensieri senza peso, senza ragione d’esistere se non quella di una felice, amorevole, proposta.L’artificiale, il sintetico, è quanto di più lontano suggeriscono i loro brani, ed è un paradosso notevole considerando che la base su cui poggia il gruppo è proprio quella dell’elettronica: una corrente indefinibile, rapidamente tendente allo scomparire, attraversa suggestioni alla Tom Yorke e (un certo) Jon Hopkins, fondendosi con un’impostazione personale e in movimento. Qualcosa, quindi, particolare ed indefinibile.

Proporre brani che suggeriscano suggestioni simili è molto complicato, il lavoro sui suoni è articolato e studiato nei minimi particolari, nessuna componente risulta casuale: c’è una decisa e consapevole scelta stilistica che sembra accompagnare ogni momento l’EP Bookndoks“.
Le frequenze si alzano sempre di più fino a diventare
 puro ritmo e trasporto, battiti di un cuore sospeso tra l’8bit e il riverbero di una chitarra elettrica costante, robotica. E non è poco, calcolando quanto sia complessa la trama tessuta dai giovani ragazzi di Frosinone, il fatto che la resa dal vivo sia adeguata e spontanea: elimina ogni ipotetico dubbio sul fatto che la loro sonorità sia il frutto di un freddo lavoro in studio di registrazione, mostra chi sono i Polar Station in realtà. Artisti, consapevoli, di talento.

A riconoscerlo sono in molti, e tra gli altri c’è anche Rolling Stone, che recentemente li ha selezionati tra centinaia di proposte e portati al SAE Institute di Milano. Da una premessa così, siamo sicuri, non possono venire altro che cose belle.