New York, la moda, le feste. Tutto quello in cui Paolo Massimo Testa era immerso e di cui, in fondo, non gliene frega niente. Il racconto di come lo ha capito.

Sarò onesta con voi. Seguivo Paolo da un po’ su Instagram, mi aveva colpito perché dalle sue foto si capiva che non gliene fregasse niente di un sacco di cose. Sul suo profilo, osservavo fotografia di moda, principalmente, ma era una fotografia stanca della moda, diversa. C’era qualcosa di scalpitante dietro.

Questo me lo salvo, penso. Le sue stories erano tutto tranne che quelle di un fotografo. Ci mostrava la sua vita, le montagne, la sua passione per l’arrampicata, lui che corre kilometri per Brooklyn stabilendo nuovi cazzutissimi record. Per colpa sua ho iniziato a correre un po’ più del solito anche io.

Insomma, un giorno, appunto, correvo a Williamsburg e lui, stando alle sue stories, anche. Da brava maniaca gli scrivo senza troppi giri di parole: Ciao Paolo, anche io sono a Brooklyn, ci vediamo?

Ogni tanto penso che le persone possano trovarmi equivoca, ma il mio modo di contattarle è un po’ la mia prova del nove. Paolo l’aveva superata alla grande, non ha fatto una piega, super tranquillo, uno stato d’animo tutto suo.

Così incontro Paolo Massimo Testa da Blue Bottle, ma il tempo di un caffè non basta, chiaccheriamo tutto il tempo, è forte, questo Paolo. Ha le sue idee, una sua cultura, una sua storia, una sua New York, ma anche una vita precedente.

Paolo ha pochi filtri, sa dedicarsi a sé stesso, sa cosa gli piace e cosa non sopporta. Ma sul serio. Veste Patagonia: sapevate che questo brand è prodotto per non logorarsi , qualora qualcosa dovesse logorarsi, vi basta mandarlo indietro per averne uno nuovo?

Paolo odia il concetto della mancia. Potrei fare un articolo solo su questo e di come, grazie a lui, stia adottando una strategia di risparmio notevole e disinibita.

A Paolo piace sperimentare, ad esempio ora è in fissa con Blue Apron e si è messo a fare lo chef a casa (sua). Paolo ha una filosofia forte, che ha molto in comune con la disciplina che gli ha infuso la scalata. La sua passione. Arrivare alle cose, guadagnarsele, trovare il modo, il movimento, la vita per raggiungere la cima e godersi il panorama. Le cose semplici, la musica, tutta.

Forse un po’ per questo, a un certo punto Paolo è sparito da New York. Il suo Instagram? Sparito pure quello. Alla fine dell’estate vedo che mi segue una nuova pagina, è lui, e qualcosa è cambiato. Mi scrive, è stato in Italia, poi a Berlino, è tornato. Vuole cambiare tutto, o forse no. Fanculo la moda. La moda non è Paolo, Paolo è tutte le cose che ho capito di lui in questi mesi e in effetti la moda con Paolo non la capivo.

Passo da Gran Torino, un alimentari che mi piace un sacco. Prendo il pane fresco e le olive rosse che non ho idea di come le facciano, ma sono rosse. La brioche salata, lui ha la birra a casa. Una casa presa a bene, tutta finestre, che si guarda Manhattan, ma che sbircia bene pure le case degli altri. Starei ore a farmi raccontare la vita dei vicini di casa di Paolo, ma è arrivato il momento di mangiare queste olive come prima cosa, e poi di conoscerlo di nuovo, con questa intervista. Inizio prepotente, ma so che posso farlo.

Chi è Paolo fotografo? E chi è Paolo Massimo Testa? I due Paolo sono la stessa persona? Iniziamo con le domande esistenziali.

Paolo ride d’istinto e tira un respiro profondo. Penso che questa intervista non sia nemmeno iniziata ed abbia già preso la piega di una terapia, o di una piaga. Vediamo cosa mi risponde.

Mi fa – Sai qual è la verità?

Sono tutta orecchie. Sgrano gli occhi senza dire una parola, mi preparo a iniziare qualsiasi cosa diventerà questa seduta.

Quando facevo moda, Paolo fotografo non era Paolo. E Paolo non era felice di essere fotografo. La mia sfida personale è stata proprio questa, abbandonare la moda e costruire me stesso, lasciare una dimensione sicura dove ero conosciuto, iniziare una vera e propria battaglia con me stesso, per capire. Capire chi fossi veramente, e provare a far coincidere Paolo fotografo e Paolo.

Mi sono chiesto: quando scatti, a cosa pensi? Scatti perché ti ispiri a qualcuno che ti piace, scatti per il tuo destinatario perché pensi che chi possa vedere la tua foto, ne possa rimanere colpito? Perché si scatta una fotografia? Perché vedi il bambino per strada che corre, con un fire hydrant in background e sai che quella combinazione funziona, lo stereotipo che vende.

Quella foto sì, può avere successo, ma quella foto è Paolo? Quella foto sei tu? Quella foto chi è?

Bene, direi che siamo partiti alla grande. E quando hai iniziato a porti queste domande?

Quando ho capito che il mio portfolio faceva schifo.

Ottimo.

In realtà lo sapevo da un po’, ero famoso tra i miei amici perché il mio sito faceva sempre on-and-off, on-and-off almeno ogni due mesi. Perché? Perché lo guardavo e non ero mai soddisfatto. Le mie foto non mi parlavano, sentivo che scattavo per un’idea non mia. Quell’idea che New York, la scuola che frequentavo, l’ambiente in cui mi trovavo mi stava mettendo in testa, insieme a un’idea precisa di successo.

La New York in cui ero immerso era la città in cui scatti per qualcun altro e anche per sembrare qualcun altro, senza chiederti: chi sono io? Come vedo il mondo? Che colori vedo? Che composizioni vedo, quali strumenti uso?

Per rispondere a queste domande il primo passo è stato quello di togliere il digitale. Questo nasce dalla passione per il cinema, ho sempre amato il film, credo che la fotografia-film, al di là delle hipsterate che la gente pensa, porti il cervello a lavorare su un tempo reale, umano.

Il film innanzitutto costa, quindi ogni azione che decidi di intraprendere deve essere ragionata perché ha una spesa differente rispetto a un singolo scatto. Secondo, mentre filmi non vedi cosa stai facendo, non c’è questo inquinamento semiotico, questa ossessione di guardare costantemente cosa stai scattando. Tu scatti, e la foto ti rimane in testa e questa è una cosa bellissima, è un piacere pensare alla foto che ho fatto ed immaginare come sarà.

È un giochetto che faccio spesso con me stesso, a volte sei felice nel vedere il risultato, a volte ci resti una merda. Quando non è come ti aspetti pensi: perché ne ho scattata solo una?

Ne scatti solo una?

Sì.

Anche prima ne scattavi solo una?

No, ma va. Ho ripulito l’archivio proprio questi giorni. Credo di aver buttato via una roba come 3 terabyte di file. Prima scattavo 300-400 foto a look, con questa ossessione costante di mostrare qualcosa di perfetto che poi non è mai perfetto, è finzione. Questa fotografia non c’entra un cazzo con una buona fotografia.

Cosa ne pensi di Paolo di prima, hai dei rimpianti?

Arrivato a questo punto ho capito che tutto porta a un fine, il mio è stato un percorso, ed ha senso così. Certo, a volte mi guardo indietro e penso che sarebbe stato bello avere le palle. Avere le palle, una volta uscito da scuola avrei dovuto fare il cameriere la sera ed assistere di giorno un grande artista. Cosa di cui poi ho potuto fare esperienza, ho avuto modo di entrare in contatto con un fotografo di Magnum, Bruce Giden, lo incontrai e mi selezionò per fare un workshop a Parigi con lui.

Però poi ti capitano queste cose e pensi sia un investimento, devi spendere dei soldi che non hai, cercare una casa a Parigi. Il tutto, circondato da fotografi che facevano una vita al top, avevano la loro casa, il successo. E allora anche tu sei affamato di questo fumo che hai attorno, pensi a lavorare, a far soldi, a volare in giro per scattare come loro. Vuoi pure tu il set da 300 mila dollari, lo vuoi anche tu, lo vuoi anche tu!

Esiste davvero per alcuni quel momento nella propria carriera in cui avviene il passaggio dall’essere ossessionato dal successo, al capire che ci sia qualcos’altro dietro, che ci sia la propria identità?

Penso proprio di sì, anche se io per primo sto ancora cercando di costruire l’identità che mi appartiene. E a pensarci, anche il rimpianto nel pensare avrei potuto vivere esperienze differenti da giovane, forse a oggi non avrei affrontato questo percorso di consapevolezza che mi ha fatto capire davvero in che direzione andare, che fotografo essere.

Ti definisci fotografo, non artista?

No, per niente. Non credo di essere un artista. Mi sento più un craftman, un artigiano. Mi piace più l’idea di artigianato.

Ma, idealmente, per te la figura del fotografo è quella di un artista? L’essere artigiano a chi è riferito?

A me. Sto riflettendo su me stesso e in questo pensiero, la macchina fotografica diventa un’estensione di questo mio pensiero, della mia testa. E sì, ci sono fotografi che sono artisti. Esiste una distinzione.

Penso ad Alec Soth.

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Lo citi spesso.

Lui mi piace un sacco. Soth racconta di aver iniziato a lavorare con un fotografo commerciale. Per imparare, per stare in studio e capire come funziona lo studio. Quando è in studio capisce che si annoia, che non gli piace. Allora capisce, capisce di voler fare fotografia. Soth distingue quindi quella che è fotografia commerciale e vera fotografia.

Per te la fotografia di moda è solo commerciale?

Lo è nella maggior parte dei casi. Poi ci sono fotografi veri di moda, ma in generale è un lavoro che non mi parla, non mi dice niente. Questa immagine cosa mi sta raccontando, che storia c’è? Magari si possono intercettare tracciati antropologici che parlano di cultura, società, ma in modo limitato.

Alec Soth parla anche di questo. Non so se ricordi, qualche tempo fa al MoMa c’era questa esibizione, “Windows and Mirrors”, in cui si propone una distinzione tra chi è un fotografo window e chi un mirror. Ovvero, c’è chi usa la fotografia per mostrare quel che c’è fuori ed è quindi una finestra sul mondo e c’è chi invece usa la fotografia per riflettersi ed usa l’immagine per descrivere sé stesso.

Io credo di essere decisamente un fotografo mirror.

Quello su cui sto cercando di lavorare è la relizzazione di un processo che mi faccia estrapolare ciò che sento ed incanalarlo nella fotografia. La fotografia che vorrei proporre è la fotografia come strumento di riflessione. Cosa che è difficile realizzare attraverso il grande editorial, dove hai la grande modella, la stylist, tutto il tuo set, gli assistenti, le luci.

Però poi quando torni a casa a fine lavoro ti dici: sì, bello, l’ho fatto. Belle foto. Carina lei che sorride, poi lei che strizza l’occhio. Carina.

A che età sei arrivato a New York? E quando sei arrivato a un punto di frizione con questa città?

Io sono arrivato qua con l’idea di essere fotografo documentarista. Avevo fatto i miei viaggi, in Polonia, in Ucraina, ero andato a Londra, poi a Berlino. Stavo provando a capire quale fosse la mia fotografia e come tutti avevo come riferimento l’idolo di Steve McCurry, che era lì, fisso. Il primo, il primo che a tutti piace.

Insomma, la mia idea era quella di venire a New York per imparare la fotografia e diventare un documentarista.

Poi, sono a New York, inizio a conoscere un po’ di documentaristi e vedo che non se la passano troppo bene. A meno che tu non ce l’abbia fatta, nella fotografia non c’è spazio per tutti allo stesso modo, devi cavartela per viverci. Altrimenti va a finire che hai sessantanni e ancora stai lì a fare bagging al gallerista a chiedergli se per favore ti vende un quadro. L’ho visto con i miei occhi. Lì dici: cazzo.

E a pensarci allora un po’ ti si strizza il culo. “Non voglio avere sessantanni e chiedere l’elemosina al gallerista”, ti dici. Magari fai qualcosa che è in trend e poi il trend passa e cadi in miseria. La tua arte invecchia, i mezzi tecnologici cambiano e tu non riesci ad usarli, gli intern non vogliono più lavorare con te perché non sei più figo.

Ti sei cagato sotto?

Esattamente.

Da un altro lato c’era il fatto che la scuola che frequentavo qui era molto tecnica, mi dicono che sono bravo nei portrait, dicono dovrei fare portrait, “Fai portrait, fai portrait”.

E allora faccio portrait, inizio a fare roba commerciale, poi mi connetto a Max Vadukul. Vadukul ha un grandissimo archivio di street photography ma poi si mette a far moda, e io faccio moda con lui.

Da qui inizio a vedere questi super set, Max che se la passa parecchio bene, io che faccio questi portrait e che da qui inizio a pensare di provare con le prime modelle.

Perché ormai ci sei dentro, ti viene la voglia di far moda anche a te, vuoi la modella pure te. Così parti da models.com e inizi con le tue prime modelline. “Oh ma sei bravo nella moda”, una cosa tira l’altra, continui a far moda, dove in fotografia è l’ambito dove i soldi girano di più, piuttosto che realizzare books, print… E sono finito a fare moda per qualche motivo.

Come era la tua giornata, diversa da adesso?

Era tutto diverso. È il tuo modo di pensare che è diverso. Ti svegli, apri Instagram e il tuo crowd è fatto di modelle, di stylist, di grandi brand, grandi fotografi di moda, le grandi riviste. Punti alla cover di Vogue, robe così.

Io conosco un Paolo che ama l’arrampicata, non si cura delle apparenze, veste Patagonia. Esisteva prima da qualche parte questo Paolo?

Paolo che arriva a New York è il Paolo che scalava, che sciava, che andava ai concerti punk. Poi certo, sono di Milano e sono sempre uscito al Plastic, ho sempre avuto quel contatto col mondo della moda che mi ha seguito nel tempo, seguivo i trend.

Eccomi che sono a New York, da immigrato, da solo. Non parlo inglese, lo parlo scolasticamente, all’italiana. Quindi praticamente mi rendo conto che nel mondo fuori in realtà l’inglese non lo so, non mi hanno insegnato niente a scuola. Non andava proprio così bene il primo periodo.

Mi dico proprio, oh, non capisco un cazzo di inglese. La città poi non la conoscevo, in più non sono un tipo di quelli che legge, si informa, vado sempre un po’ con il flow.

Vado a vivere a Lower East Side, a correre non riesco più a correre perché non mi capacito di come si possa correre in questa città nuova. A Lower Est cosa mi corro, che sono nel mezzo di blocchi pieni immondizia? Quella zona di Manhattan dieci anni fa non è come adesso, era parecchio trash.

Sport dove lo andavo a fare? Le palestre qui costano una cifra. In più stavo un sacco a scuola, la fotografia ha preso molto spazio. Ero a scuola tutto il giorno, dieci ore a volte, anche più. Avevo i laboratori, lo studio a scuola, l’opportunità di imparare realmente quei programmi che fino a quel momento conoscevo come autodidatta.

Finalmente avevo qualcuno che mi insegnasse Photoshop, l’uso delle curve e del livelli, il fotomontaggio! Stavo imparando cose con cui avevo giocato fino a quel momento senza capire cosa fossero. Ci stavo dentro.

E in questo ambiente ho iniziato a conoscere nuovi amici, a uscire e far festa con loro e il mio lifestyle è cambiato.

Fai ancora festa come prima?

Molto meno. Paolo Massima Festa, come mi chiamavano tutti, non esiste più. Arrivare a New York mi ha cambiato i connotati, in un certo senso è come se allora mi fossi ri-costruito. Paolo di Bergamo, nato nel paesino, che ha studiato a Milano e che ora vive a New York, ora poteva essere chi voleva.

Forse anche senza volerlo, senza malizia. Cambiare città ti fa diventare il prodotto della tua nova vita, ti fa lasciar influenzare dai tuoi nuovi amici, quel che fai ha un impatto su di te che ti rende una nuova persona. Ti plasmi.

A New York sei zero, vieni per diventare qualcosa. Ci sono persone da tutto il mondo, puoi essere chi vuoi. Esci con lo svizzero diventi un po’ svizzero, esci con l’argentino diventi un po’ argentino.

In questa città si annullano le distanze e i confini della tua identità.

È così. Per tre-quattro anni questa roba va pure bene. E poi qualcosa è subentrato, fino a che nel 2018 questo mondo inizia a vacillare. Inizio a pensare di dover fare il Project Manager, fare altro.

Tutto parte soprattutto da Brandon, un mio amico, che mi propone di andare a scalare con lui.

Quindi tutto parte da un’esperienza altra?

Sì, tutto questo processo lo devo alla scalata.

All’inizio faccio resistenza a questa proposta, dico di non aver voglia, ho la spalla lussata, non riesco più a scalare, sono fuori forma. Avevo a malapena ripreso a correre, ma non ero proprio in formissima. Fare scalata non è una passeggiata, è qualcosa di diverso.

Fatto sta che riprendo a scalare e improvvisamente si accende qualcosa, nella testa si apre un buco della mia personalità del Paolo di New York e mi porta dritto al Paolo che ha 14 anni e che va in montagna. E lì capisco che mi manco.

Ti si è aperta una crepa.

Mi sono mancato. “Guarda chi ero”, mi sono detto. Ero anche quel Paolo lì. Ero anche quella persona con gli anfibi, i pantaloni stracciati che a quelli che giravano con la Fendi o la sciarpetta di McQueen li prendeva per il culo.

Da ragazzino chiaro, ma era il momento in cui c’era una grand distinzione tra alternativi, fighetti, questa roba qui. Non esistevano gli hipster, io ero un punk e i punk odiavano la moda. Nel senso, erano alla moda, alla loro moda, ma odiavano le altre.

Insomma, inizio a scalare, ad essere più in contatto con la natura, mi curo di più, torno in forma. Torno a leggere vecchia roba che ero solito leggere, mi informo di più sulle mie passioni, sull’outdoor, sullo stile di vita che mi appartiene, torno a leggere le poesie che mi piacciono. Mi piace un sacco la beat generation, riprendo in mano quei libri che amavo. Riprendo ad ascoltare la musica italiana.

Avevi smesso di seguire la cultura italiana?

Mi sono sempre piaciuti Vasco Brondi, Le Luci della Centrale Elettrica ma non li ascoltavo più, avevo perso quella connessione con la mia cultura, avevo perso la poesia che c’era nella musica italiana.

Come era il tuo rapporto nell’essere italiano? Eri meno italiano?

Ero diventato meno italiano. Non so bene cosa fossi, ma ero qualcosa di diverso. Chi lo sa cos’ero. Forse ero un italiano che voleva fare l’americano.

A questa ho pensato anche io. Appena arrivata mi facevo i problemi sulla pronuncia. Poi mi sono detta: ma io sono italiana. Avrò sempre questo accento, fa parte della mia identità e mi caratterizza. In questa città ognuno ha il suo accento e alla fine ci capiamo, questo conta.

Uguale. L’ho capito anche io dopo, il mio accento sarà sempre così. Qual è il problema? Eppure è stata una di quelle cose sofferte a lungo, la gente spesso ti chiede “what?” e tu anche se sai di dire una cosa giusta, loro non la capiscono e ti viene il dubbio sia sbagliata, o resti zitto.

All’improvviso, questa cosa l’ho shiftata: bello, se non capisci sono cazzi tuoi. Io parlo la tua lingua, parlo italiano, posso blaterare lo spagnolo e il tedesco, che vuoi da me? Sei tu quello che non capisce, che non è predisposto. Questo passaggio di mentalità per me è avvenuto sempre in quel momento. È lì che è avvenuta una grande presa di coscienza.

Essere tu la persona che viene definita come immigrato è diverso dal sentito dire. Lo senti addosso, è estraniante e subentra una singolare crisi di identità. Tu ci sei arrivato alla fine di questa presa di coscienza, hai vissuto un processo intenso per arrivare a te.

Adesso sono qua. Non sono su nessuna cima di chissà quale montagna, al massimo sono su un altopiano e guardo giù, indietro, a quel che è stato il mio percorso fino ad oggi, ma chissà dove sarò domani. Forse questa mia nuova consapevolezza è solo una nuova fase di follia, domani cambio di nuovo.

Ma allora oggi Paolo fotografo e Paolo sono la stessa persona?

Ci sto provando. Ci provo con l’editing, ci provo quando decido dove puntare la macchina fotografica.

E si vede. Una della tue ultime foto mi ha straziata, mi ha urlato: Paolo sta facendo qualcosa-altro proprio. La foto dell’albero, NYC flora N1. Quella ti trafigge, ti butta addosso New York.

L’albero è figo, eh? Stavo camminando… Ecco vedi, sì, quel giorno mi sono svegliato e mi sono detto: “Ora vado da Lella”. La conosci Lella? L’alimentari, quella piadineria a East Williamsburg?

Cazzarola, me la sono persa?

È figa, ha i croissant buonissimi. È un posto di italiani, ci vanno un sacco di fotografi, in qualche modo si è creato un hype di fotografi lì dentro, non so come.

Comunque dico che mi faccio una camminata e mi porto la macchina fotografica. Quel giorno lì faccio l’albero e lo scatto del Ciy Hall, Life, con la F che cade che sembra Lie e diventa da Life after Lie after. Capito quale? La vedo, c’è qualcosa qua: fotografiamola.

Sei uscito di casa con l’intenzione di trovare qualcosa?

No, sono uscito per fare colazione.

C’era un po’ di sole, New York, 8 gradi a Febbraio: “Che culo, dai usciamo, facciamo colazione”. Così.

Ti sei goduto il sole? Scattare ti fa vivere le cose che vivi?

È un problema questo. Sto realizzando ad esempio una serie sugli scalatori, l’avrei potuta finire in breve tempo vista la frequenza con cui scalo, anzi sarebbe proprio un progetto fatto e finito. Ma mettermi a fare le foto agli altri non mi fa scalare con gli altri.

È faticoso, vado a Upstate a scalare dopo una settimana in città e voglio proprio scalare. Cosa fai? Ti imbrachi, ti attacchi al muro e fotografi gli altri? O scalo io di mio? La vivo questa eperienza? Fotografo gli scalatori e non faccio anche io lo scalatore?

Questa domanda è un componente costante, perché ora le cose voglio viverle. Queste e altre mille cose.

Anche lo scatto all’albero, ad esempio? Lo scatto realizzato non ti ha fatto vivere la scoperta di questo albero?

Forse l’ho scattato proprio perché l’ho scoperto e vissuto. Camminavo dalla parte opposta della strada. Lo vedo e capisco che liì dentro c’è qualcosa.

Quanto tempo hai impiegato per passare all’azione?

Eh, un po’. È uno scatto un po’ impegnativo: lo vedo e lo voglio fotografare. Sono dalla parte opposta della strada, okay, devo attraversare. Arriva un pullman e si mette davanti al mio albero e dico: “cazzo”.

Aspetto che il pullman passi. Prendo la macchina fotografica e ho finito il rullino e dico: “cazzo, che palle”. Aspetto allora che la macchina ri-avvolga il rullino, ci mette un altro minutino per fare il tutto.

Guardo in tasca e trovo un altro rullino, e meno male. Ci sono. Improvvisamente arriva ‘sta stronza qua, col telefono, che sta scrivendo davanti al mio albero. Aspetto che questa finisca di scrivere il messaggio.

Lei finisce di scrivere il messaggio, passa un tipo e scatto l’albero col tipo. Ho questo scatto con lui in movimento, allora mi arrabbio e ne scatto un’altra ancora, ed è quella giusta. Sono riuscito a fare l’albero.

Lo volevi proprio questo albero.

Lo volevo, era lì, impacchettato per me. I lavori in corso, questa flora newyorkese che mi diventa urbana, quel rosso lì sul verde. C’è un significato in quella fotografia che ancora non ti so dire, però è quello.

Ora, non voglio fare il fricchettone hippie, ma c’è un’energia in certe cose, un’energia che mi chiama. E io voglio imparare a sentirla, questa energia. Ho imparato che se la sento, se mi chiama – chiamala energia, input, segnale, sussurro, qualcosa- if I feel it, I’ll do it.

Non voglio stare a dire cosa faccio, perché lo faccio, come lo “frammo”, quando lo faccio, dove lo metto, perché, che tipo di ricerca è, che tipo di lavoro è: NO. Mi vuole, lo fotografo.

Questa fotografia che ci proponi è roba tua. Non è solo natura, è qualcosa oltre. Non è il rapporto con ciò che ti circonda o di cui ti sei circondato, ma un dialogo con te stesso.

Assolutamente, infatti se lo noti, la cosa più faticosa per me da realizzzre ora sono i portrait.

Sei partito dai portrait, eri specialzzato in questo.

Erano sempre modelli e modelle, persone che arrivano su un editoriale su un moodboard che hai preparato, interpretano la tua storia. È qualcosa di controllato, non è spontaneo. Poi sì, la gente dice sempre che io nel set facevo roba spontanea, “ci piaci percheé fai quelle robe spontanee”, ma spontanee di cosa? “Fai ridere le modelle”, certo, dicevo “can you laught?” e loro ridevano. E le scattavo quando la foto usciva figa, allora ancora più finta.

Ora il problema principale è che non ho capito chi voglio fotografare. Sicuramente gli amici.

Forse perché se ci pensi, gli amici sono il soggetto che più di tutti può parlare di te.

Mi sono chiesto in effetti a chi potessi avere accesso e come potessi conoscere davvero e rispettare chi avessi davanti. E con gli amici è stato naturale. Vivo con gli amici, porto la macchina quando sono con gli amici e scatto.

Così fai parlare anche solo un paio di scarpe.

Volevo raccontare cosa significasse ballare per otto giorni di fila a Berlino. Ho fotografato un paio di scarpe consumate da questa esperienza. Credo fosse il miglior modo di racconarla.

Ho bisogno però di persone. Allora ho scritto a questa associazione di tipi di New York che si vestono con armature medioevali e si prendono a spadate.

Aspetta. Cosa stai dicendo?

Sì, fanno le comparse nei set cinematografici e hanno questa associazione. Stavo facendo ricerche e ho scoperto che i russi hanno una vera e propria league di questa roba medioevale, allora mi sono messo a cercare questa disciplina a New York e li ho trovati.

Gli ho parlato del mio progetto, l’idea è quella di trovare la via del portrait qui, fare le foto a questi cavalieri, magari documentare il prima e dopo di questa roba di spadate.

Pensa che figo un cavaliere a New York. Potrebbe essere divertente.

Come sei arrivato alle spadate?

Sto un sacco su Youtube. Magari da questa cosa esce fuori il progetto portrait, magari la foto del tipo in armatura è bella di per sé e funziona da sola.

Ora ci sta questa ossessione della serie, della storia, tutto deve essere in sequenza, deve essere tutto connesso. Ma volte no, cazzo, un’immagine vive da sola.

Sei dichiaratamente controcorrente.

Non so se questa strada ha un senso, se paga. Il mio obiettivo è il libro. Un libro coerente che unisca queste immagini sotto un unico filone. Ma è quando trovo Paolo, che poi trovo il libro.

E Paolo domani cosa farà?

Domani? Domani bo, proprio non lo so. Non lo so mai.

Lo sai che mangi stasera a cena?

Non lo so. Bo. O forse lo so, ho un hamburger vegetariano in frigo. Magari cucino quello, è lì da una settimana. E domani, mi sveglio. Domani che giorno è?

Lunedì.

Ah, domani è lunedì. Domani mi sveglio, vado a fare una corsa perché devo sudare, ho bevuto troppo ieri sera.

In realtà domani dovrei andare a scattare, devo finire due rullini, manca poco, poi li porto a sviluppare. Dopodiché per due settimane avrò il silenzio. Quindi devo capire quando andare a scattare: se domani c’è il sole devo andare a scattare direttamente e corro nel pomeriggio. Se è nuvoloso vado a nuotare. Sono stufo delle nuvole.

La cosa più difficile che hai dovuto affrontare nella tua professione.

Fare fotografia in questo mondo democratizzato è complesso di per sé. Tutti vediamo e produciamo immagini. Tutti fanno fotografia, tutti vedono fotografia, tutti sanno poco di fotografia, mentre io per primo mi pongo il problema di non saperne abbastanza.

È un mondo un po’ strano questo, è un mondo underground. Quante volte ti perdi tra le immagini ed esce fuori un fotografo pazzesco che ha fatto esibizioni pazzesche e che tu nemmeno conosci? Sono dodici anni che faccio e seguo fotografia e ancora non ne so mai abbastanza.

Che rapporto hai con la comunicazione di quel che fai tu, invece?

Faccio schifo a comunicare. Ho da poco cancellato Instagram per aprire un nuovo profilo.

Pensi sia un buon canale Instagram, per la fotografia?

Questa è una grande domanda che un po’ tutti ci poniamo. Da una parte è un mezzo potentissimo, io e te ci conosciamo tramite Instagram addirittura. Ho ottenuto tanti lavori tramite Instagram, mi sono sempre rifiutato di utilizzare gli hashtag, li ritenevo tucky.

Ma ti dico, qualche giorno fa ho provato a metterli, una cosa semplice, tipo #kodak, #compact, robe che uso. Ed è stato immediato, ho avuto subito maggiore visibilità.

Vuoi essere trovato? Forse sì, forse no. Ma poi come trovi un editor, un curatore, il tipo che ti fa le stampe? Scrivi una mail? Ci parli di persona? Instagram è un mezzo in più.

D’altra parte ti bombarda. È veloce e la fotografia richiede invece una certa lentezza. Non è presunzione: è così, e se lo scrolli, l’albero, cosa capisci? Niente. È solo un albero. Invece serve religiosità quando guardi delle immagini. E Instagram non aiuta a creare la religione dell’immagine.

Il tuo Instagram porta a fermarsi. Ha un’altra velocità, è molto tuo. Ci si atterra e non si può non pensare: aspetta, ma cosa ho di fronte? C’è qualcosa da capire o non devo capire proprio niente?

È quella la domanda che mi pongo anche io, mi chiedo se la gente si ferma a pensare. Faccio una fotografia talmente semplice, si capisce? Ci si ferma davanti alla mia fotografia?

Che poi sono andato oltre anche a questo pensiero, non posso essere capito da tutti. Mi rivolgo a chi riesce a captare quel che voglio far arrivare. E come le trovo le persone a cui voglio consegnare il mio lavoro? Che non sia proprio Instagram?

Se non ti adatti muori, le specie che non si adattano muoiono. Allora questo Instagam dobbiamo prendercelo per quello che è ed adattarci. Ed essere pronti a pensare di aver realizzato uno scatto perfetto, aprire questo social e trovare altri centinaia di scatti come il tuo. Soprattuto nella moda, con gli stessi look, con gli stessi trend. Io non lo so chi sono, dove finisco, non voglio essere nei trend e voglio che siano gli altri a giudicare dove sia il mio lavoro.

A volte sei delicato, a volte sei sporco. Non ci offri scatti tutti uguali. A volte sei anche trash, a volte ci sfidi, sei ruvido, altre sei evanescente. Sei quasi bipolare.

Sono un Gemelli! Mi rendo conto ci sia bipolarismo ma poi mi dico che non posso essere una cosa sola. Il mio stile forse è proprio quello di andare dal portrait silenzioso, all’albero, alle scarpe sporche, ai graffiti, alla natura, al tramonto.

Mi piace pensare che un giorno qualcuno mi trovi, che arrivi un curatore che possa trovare un filo rosso per me. Ci credo a Sant’Agostino che dice si debba partire da un tassello per poi allontanarsi e vedere tutto il mosaico.

Ma come faccio ad allontanarmi se sono io il tassello stesso? Serve qualcuno che veda. Per questo credo che la fotografia vada fatta anche con gli altri.

La fotografia non è uno sport da fare da soli. È importante specchiarsi negli altri, se ti specchi da solo ti stai solo facendo le seghe.

Approposito di seghe. Tempo fa mi hai dato la tua defnizione di New York, come una ragazza bellissima ma pericolosa, che ti seduce e ti abbandona, sparisce, poi ritorna e tu ci caschi sempre.

New York in questo momento della mia vita è tornata, e sì, io ci sono cascato come un pollo. Di nuovo.

Avevi detto te ne saresti andato a Berlino. Com’è vivere ad episodi, per date di scadenza?

È quel di cui avevo bisogno. Pensare di volermene andare, avere una data di scadenza, ha attratto una nuova fase, nuove opportunità e nuovi stimoli proprio perché non avevo aspettative. Una nuova libertà che mi ha fatto sentire me stesso, scegliere i lavori da accettare, dire cosa non mi piacesse.

Forse bisogna solo imparare di più a vivere come viene, senza film. C’è un passaggio di Vasco Brondi che dice: “Si trattava di prendere la vita come una festa, come in certi posti dell’Africa”.

È vero, quando sono stato in Africa ho compreso come vivessero il qui e l’ora, here and now. Fai quello che ti è possibile fare ora, perché domani non ha senso. Sicuramente ci sono tanti modi per affrontare la vita, ma questo è il modo che mi si addice di più.

L’incertezza è una spinta?

È stata per molto tempo una paura. Bisogna usarla come slancio.

Cosa suggeriresti a un giovane fotografo?

Quello che tutti i fotografi mi hanno sempre detto: non fare il fotografo. Ma se proprio devi, sii te stesso. Dimmi come vedi il mondo, cosa hai da raccontarmi, dimmi perché me lo vuoi raccontare, fammi vedere dove mi stai portando. È una roba che viene dal tuo stomaco, non dalla testa.

Siamo alla fine. Lasciaci con un’immagine. Due ore perfette per te, che aspetto hanno?

Una bella giornata di sole dove posso scalare senza maglietta. C’è il mare, c’è l’acqua da qualche parte, ma sei in montagna. Tipo in Corsica, una roba del genere. O pure Yosemite Park.

Una bella roccia, belle prese, un compagno di scalata che sai che spinge più di te, che ci puoi fare affidamento, che fa dei bei nodi. E poi nello zen, un panino e una birra. Finita così. Due ore. Magari ho la mia compact in tasca, c’è quella bella luce lì e, bom, un bello scatto.

http://www.paolo-testa.com/

ENGLISH VERSION

Paolo Massimo Testa is now photographing what he wants, but you don’t have to understand him.

New York, fashion, parties. Everything that Paolo Massimo Testa was immersed in and that, at the end of the day, he didn’t care about. The story of how he figured it out.

I’ll be honest with you. I had been following Paolo for a while on Instagram, he had impressed me because from his photos you could tell he didn’t give a damn about a lot of things. On his profile, I was looking at fashion photography, mainly, but it was a tired fashion photography, different. There was something pawing behind it.

I’m saving that, I think. His stories were anything but a photographer’s. He showed us his life, the mountains, his passion for climbing, him running miles around Brooklyn setting new badass records. Because of him, I started running a little bit more than usual myself.

I mean, one day I was running in Williamsburg and according to his stories, so was he. Like a good maniac I wrote him without too many words: Hi Paolo, I’m in Brooklyn too, do we meet?

Sometimes I think people may find me equivocal, but my way of contacting them is a bit of a test of the nine. Paolo had passed it great, he hadn’t made a turn, super calm, a state of mind of his own.

So I meet Paolo Massimo Testa at Blue Bottle, but the time for a coffee is not enough, we talk all the time, this Paolo is strong. He has his own ideas, his own culture, his own history, his own New York, but also a previous life.

Paolo has few filters, he knows how to dedicate himself, he knows what he likes and what he can’t stand. But seriously. He wears Patagonia: did you know that this brand is produced not to wear out, if something should wear out, just send it back to have a new one?

Paolo hates the concept of tipping. I could do an article just on this and how, thanks to him, he is adopting a considerable and uninhibited saving strategy.

Paolo likes to experiment, for example now he’s in a fixation with Blue Apron and has started to be a chef at home (his own). Paolo has a strong philosophy, which has a lot in common with the discipline that has infused him with climbing. His passion. Getting to things, earning it, finding the way, the movement, the life to reach the top and enjoy the view. The simple things, the music, everything.

Maybe that’s why Paolo disappeared from New York at some point. His Instagram? That’s gone too. At the end of the summer I see a new page following me, it’s him, and something has changed. He writes to me, he’s been to Italy, then Berlin, he’s back. He wants to change everything, or maybe not. Fuck fashion. Fashion isn’t Paolo, Paolo is all the things I’ve understood about him in these months and I didn’t really understand fashion with Paolo.

I go to Gran Torino, a grocery store I like a lot. I pick up fresh bread and red olives that I have no idea how they make them, but they’re red. The salty brioche, he has beer at home. A good vibes home, all windows, looking at Manhattan, but also looking at other people’s houses. I’d spend hours telling me about the life of Paolo’s neighbors, but it’s time to eat these olives first, and then to meet him again, with this interview. I’m starting overbearing, but I know I can do it.

Who is Paolo photographer? And who is Paolo Massimo Testa? Are the two Paolo the same person? Let’s start with the existential questions.

Paolo laughs instinctively and takes a deep breath. I don’t think this interview has even begun and has already taken the turn of a therapy, or a plague. Let’s see what he answers.

He tolds me – Do you know what the truth is?

I’m all ears. I roll my eyes without saying a word, I’m getting ready to start whatever this session is going to be.

When I was in fashion, Paolo photographer was not Paolo. And Paolo wasn’t happy being a photographer. My personal challenge was just this, to abandon fashion and build myself, to leave a safe dimension where I was known, to start a real battle with myself, to understand. To understand who I really was, and to try to match Paolo photographer and Paolo.

I asked myself: when you shoot, what are you thinking about? Do you shoot because you are inspired by someone you like, do you shoot for your recipient because you think that whoever can see your photo can be impressed? Why do you take a picture? Because you see the child on the street running, with a fire hydrant in the background and you know that combination works, the stereotype that sells.

That picture may be successful, but is that picture Paolo? Is that picture you? Who’s that picture?

Well, I think we’re off to a great start. When did you start asking those questions?

When I realized my portfolio sucked.

That’s great.

Actually, I’ve known for a while. I was famous among my friends because my website was always on-and-off, on-and-off at least every two months. Why? Because I watched it and I was never satisfied. My pictures didn’t talk to me, I felt like I was shooting for an idea that wasn’t mine. That idea that New York, the school I went to, the environment I was in, was putting me in my head, along with a precise idea of success.

The New York I was immersed in was the city where you shoot for someone else and also to look like someone else, without asking: who am I? How do I see the world? What colors do I see? What compositions I see, what instruments do I use?

To answer these questions the first step was to take away the digital. This is born from the passion for cinema, I’ve always loved film, I think that photography-film, beyond the hipsterate that people think, brings the brain to work on a real, human time.

The film first of all costs money, so every action you decide to take must be reasoned because it has a different expense than a single shot. Second, while you’re filming you don’t see what you’re doing, there’s not this semiotic pollution, this obsession with constantly watching what you’re shooting. You shoot, and the picture stays in your head and that’s a beautiful thing, it’s a pleasure to think about the picture I took and imagine what it will be like.

It’s a little game I often play with myself, sometimes you’re happy to see the result, sometimes you’re left with shit. When it’s not what you expect, you think, why did I only take one?

You only take one?

Yeah, I’m only taking one.

Even before you only took one?

No, but it’s okay. I’ve been cleaning out the archive these very days. I think I threw away, like, three terabytes of files. I used to take 300-400 photos per look, with this constant obsession to show something perfect that’s never perfect, it’s fiction. This picture doesn’t have shit to do with a good picture.

What do you think of Paolo from before, do you have any regrets?

At this point I understood that everything leads to an end, mine was a path, and it makes sense this way. Sure, sometimes I look back and think it would have been nice to have balls. To have balls, once out of school I would have had to be a waiter in the evening and watch a great artist during the day. And then I had the experience, I got in touch with a Magnum photographer, Bruce Giden, I met him and he selected me to do a workshop in Paris with him.

But then these things happen to you and you think it’s an investment, you have to spend money you don’t have, look for a house in Paris. All this, surrounded by photographers who made a top life, they had their home, their success. And then you too are hungry for this smoke around you, you think about working, making money, flying around to shoot like them. You want the $300,000 set, you want it too, you want it too, you want it too!

Does it really exist for some people that moment in their career when they make the transition from being obsessed with success, to understanding that there is something else behind it, that there is their identity?

I think so, although I for one am still trying to build the identity that belongs to me. And when I think about it, even the regret in thinking I could have lived different experiences when I was young, maybe until today I would not have faced this path of awareness that made me really understand which direction to go in, which I photograph to be.

You call yourself a photographer, not an artist?

No, not at all. I don’t think I’m an artist. I feel more like a craftsman, a craftsman. I like the idea of craftsmanship more.

But, ideally for you, is the figure of the photographer an artist? Who are you referring to as a craftsman?

Me. I am reflecting on myself and in this thought, the camera becomes an extension of this thought of mine, of my head. And yes, there are photographers who are artists. There is a distinction.

I’m thinking of Alec Soth.

You quote him a lot.

I like him a lot. Soth says he started working with a commercial photographer. To learn, to be in the studio and understand how the studio works. When he’s in the studio he realizes that he’s bored, that he doesn’t like it. Then he understands, he understands that he wants to take pictures. Soth then distinguishes between what is commercial photography and real photography.

Is fashion photography just commercial photography to you?

It is in most cases. Then there are real fashion photographers, but in general it’s a job that doesn’t talk to me, doesn’t tell me anything. What’s this picture telling me, what’s the story? Maybe you can intercept anthropological traces that talk about culture, society, but in a limited way.

Alec Soth talks about that too. I don’t know if you remember, some time ago at MoMa there was this exhibition, “Windows and Mirrors”, in which a distinction is made between who is a window photographer and who is a mirror. That is, there are those who use photography to show what is outside and is therefore a window on the world and there are those who use photography to reflect themselves and use the image to describe themselves.

I think I’m definitely a mirror photographer.

What I’m trying to work on is the realization of a process that makes me extrapolate what I feel and channel it into photography. The photography that I would like to propose is photography as a tool for reflection. Which is difficult to do through the great editorial, where you have the great model, the stylist, all your set, the assistants, the lights.

But then when you come home at the end of your work you say: yes, nice, I did it. Nice pictures. She smiles pretty, then she winks. Cute.

How old were you in New York? And when did you get to a friction point with this city?

I came here with the idea of being a documentary photographer. I’d done my travels, in Poland, in Ukraine, I’d gone to London, then Berlin. I was trying to figure out what my photography was and like everyone else I had Steve McCurry’s idol as a reference, who was there, staring. The first one, the first one that everybody likes.

In short, my idea was to come to New York to learn photography and become a documentary filmmaker.

Then, I’m in New York, I start getting to know a few documentary filmmakers and I see they’re not doing too well. Unless you’ve made it, there’s no room in photography for everybody in the same way, you have to get by to live it. Otherwise you end up in your 60s and you’re still bagging the gallery owner and asking him if he’ll sell you a painting. I saw it with my own eyes. There you say: fuck.

And when you think about it, you’re gonna get your ass squeezed. “I don’t want to be 60 and begging the gallery owner,” you say to yourself. Maybe you do something that’s on trend and then the trend goes away and you fall into poverty. Your art gets old, the technological means change and you can’t use them, the interns don’t want to work with you anymore because you’re not cool anymore.

Did you shit your pants?

That’s right.

On the other hand there was the fact that the school I went to here was very technical, they tell me I’m good at portraits, they say I should do portraits, “Do portrait, do portrait”.

So I do portraits, I start doing commercial stuff, then I connect to Max Vadukul. Vadukul has a huge archive of street photography but then he gets into fashion, and I do fashion with him.

That’s when I start seeing these super sets, Max is doing very well, I do these portraits and that’s when I start thinking about trying out the first models.

Because you’re in it now, you want to be in fashion too, you want the model too. So you start at models.com and you start with your first models. “Oh but you’re good at fashion”, one thing leads to another, you keep on making fashion, where in photography is the area where the money goes more, rather than making books, prints… And I ended up making fashion for some reason.

How was your day, different from now?

Everything was different. It’s your way of thinking that’s different. You wake up, you open Instagram and your crowd is made of models, stylists, big brands, big fashion photographers, big magazines. You’re aiming for the cover of Vogue, stuff like that.

I know a Paolo who loves climbing, doesn’t care about appearances, he wears Patagonia. Did this Paolo exist somewhere before?

Paolo who comes to New York is the Paolo who climbed, who skied, who went to punk concerts. Then of course, I’m from Milan and I’ve always been out at Plastic, I’ve always had that contact with the fashion world that has followed me over time, I followed the trends.

Here I am in New York, as an immigrant, alone. I don’t speak English, I speak it scholastically, Italian style. So I practically realize that in the outside world I don’t really know English, they didn’t teach me anything at school. It wasn’t really that good in the first period.

I tell myself, oh, I don’t understand fucking English. I didn’t know the city, plus, I’m not one of those guys who reads, informs, I always go a little bit with the flow.

I go to live on the Lower East Side, I can’t run anymore because I don’t know how to run in this new city. In the Lower East what do I run, that I’m in the middle of blocks full of garbage? That part of Manhattan ten years ago is not like it is now, it was a lot of trash.

Sports where I used to go to do it? Gym here costs a lot of money. Plus, I spent a lot of time in school, photography took up a lot of space. I was at school all day, ten hours sometimes, even more. I had the workshops, the study at school, the opportunity to really learn those programs that until then I knew as self-taught.

I finally had someone to teach me Photoshop, the use of curves and layers, photomontage! I was learning things that I had played with up to that moment without understanding what they were. I was in it.

And in this environment I started meeting new friends, going out and partying with them and my lifestyle changed.

Are you still partying like you used to?

Much less. Paolo Massima Festa, as everyone called me, no longer exists. Arriving in New York changed my connotations, in a certain sense it’s as if I had rebuilt myself then. Paolo of Bergamo, born in Bergamo, who studied in Milan and now lives in New York, could now be who he wanted.

Maybe even without wanting to, without malice. Changing city makes you become the product of your new life, makes you let your new friends influence you, what you do has an impact on you that makes you a new person. You mold yourself.

In New York you’re zero, you come to become something. There are people from all over the world, you can be whoever you want. You go out with the Swiss, you become a little Swiss, you go out with the Argentinean, you become a little Argentinean.

In this city you cancel out the distances and boundaries of your identity.

That’s how it is. For three to four years this stuff is fine. And then something took over, until in 2018 this world begins to wobble. I’m starting to think I need to be a project manager, do something else.

It all starts with Brandon, a friend of mine, who offers me to go climbing with him.

So it all starts from another experience?

Yeah, I owe this whole process to climbing.

At the beginning I resist this proposal, I say I don’t want to, my shoulder is dislocated, I can’t climb anymore, I’m out of shape. I had barely started running again, but I wasn’t in the best shape at all. Climbing is not a walk, it’s something different.

The fact is that I start climbing again and suddenly something lights up, in my head a hole in my personality of the Paul of New York opens and takes me straight to the Paul who is 14 years old and who goes to the mountains. And there I realize that I miss myself.

A crack opened up in your head.

I missed me. “Look who I was,” I said to myself. I was that Paolo there too. I was also that guy with the amphibians and the shredded pants and the Fendi or McQueen’s scarf that was fucking with them.

As a light kid, but it was the time when there was a big distinction between alternative, cool, this stuff here. There were no hipsters, I was a punk and punks hated fashion. I mean, they were hip, they were hip, they were hip, but they hated other people.

In short, I start to climb, to be more in touch with nature, I take care of myself more, I get back in shape. I go back to reading old stuff I used to read, I find out more about my passions, about the outdoors, about the lifestyle that belongs to me, I go back to reading the poems that I like. I really like the beat generation, I pick up those books I loved. I start listening to Italian music again.

Had you stopped following Italian culture?

I always liked Vasco Brondi, Le Luci della Centrale Elettrica but I didn’t listen to them anymore, I had lost that connection with my culture, I had lost the poetry that was in Italian music.

How was your relationship in being Italian? Were you less Italian?

I had become less Italian. I don’t know what I was, but I was something different. Who knows what I was. Maybe I was an Italian who wanted to be an American.

I’ve been thinking about that one too. As soon as I got here, I was having trouble with my pronunciation. Then I said to myself: But I’m Italian. I’ll always have this accent, it’s part of my identity and characterizes me. In this city everyone has their own accent and in the end we understand each other, that counts.

It’s the same. I understood it afterwards too, my accent will always be like that. What’s the problem? And yet it was one of those things you’ve suffered for a long time, people often ask you “what?” and even if you know you’re saying something right, they don’t understand it and you get the doubt that it’s wrong, or you shut up.

Suddenly, I’ve shifted this thing around. Dude, if you don’t get it, it’s your fucking business. I speak your language, I speak Italian, can I speak Spanish and German, what do you want from me? You’re the one who doesn’t understand, who’s not prepared. This change of mentality for me has always happened in that moment. That’s when a great awareness happened.

Being you the person who is defined as an immigrant is different from hearsay. You feel it, it is alienating and a singular identity crisis takes over. You have come to the end of this awareness, you have gone through an intense process to get to you.

Now I’m here. I’m not on any mountain peak, at most I’m on a plateau and I look down, back, at what has been my path until today, but who knows where I will be tomorrow. Maybe this new awareness of mine is just a new phase of madness, tomorrow I’ll change again.

But then today Paolo photographer and Paolo are the same person?

I’m trying. I try with editing, I try when I decide where to point the camera.

And it shows. One of your last photos tore me up, she yelled at me: Paolo is doing something else of his own. The picture of the tree, NYC flora N1. That one stabs you, throws New York at you.

The tree’s cool, huh? I was walking… See, yeah, I woke up that day and I said to myself, “I’m going to Lella’s.” You know Lella? The grocery store, that piadineria in East Williamsburg?

Shit, did I miss it?

She’s cool. She’s got the best croissants. It’s an Italian place, a lot of photographers go there, somehow there’s a hype of photographers in there, I don’t know how.

Anyway, I say I’m gonna take a walk and bring my camera. That day there I do the tree and the shot of Ciy Hall, Life, with the F falling that looks like Lie and becomes Life after Lie after. Get which one? I see it. There’s something here. Let’s take a picture of it.

Did you leave the house with the intention of finding something?

No, I went out for breakfast.

It was sunny, New York, 8 degrees in February. “How lucky, come on out, let’s have breakfast.” That’s it.

Did you enjoy the sun? Does snapping make you live the things you live?

That’s a problem. For example, I’m doing a series about climbers, I could have finished it in a short time because of the frequency with which I climb, in fact it would be a done and finished project. But taking pictures of others doesn’t make me climb with others.

It’s tiring, I go to Upstate to climb after a week in the city and I really want to climb. What are you doing? You’re just gonna strap yourself in, hang on to the wall and take pictures of other people? Or do I climb on my own? Do I live this experience? I take pictures of climbers and I’m not a climber too?

This question is a constant component, because now I want to experience things. These and a thousand other things.

Even the tree snap, for example? Didn’t the shot you took make you experience the discovery of this tree?

Maybe I took it because I discovered it and lived it. I was walking across the street. I can see it and understand that there’s something in there.

How long did it take you to get into action?

A while. It’s a little bit of a stretch. I can see it and I want to take a picture of it. I’m on the other side of the street, okay, I gotta cross. A bus comes along and stands in front of my tree and I say, “Fuck.”

I’m waiting for the bus to pass. I grab my camera and I’m out of film and I say, “Fuck, that sucks.” I’m waiting for the camera to rewind the film. It takes another minute to do the whole thing.

I look in my pocket and I find another roll of film, which is a good thing. I got it. Suddenly this bitch comes in here, with the phone, writing in front of my tree. I’m waiting for her to finish writing the message.

She finishes writing the message, a guy comes by and I shoot the tree with the guy. I have this shot with him on the move, so I get angry and I shoot another one, and it’s the right one. I managed to make the tree.

You really wanted this tree.

I wanted it, it was there, packed for me. The work in progress, this New York flora becoming urban to me, that red one there on the green. There’s a meaning in that photograph that I can’t tell you yet, but that’s it.

Now, I don’t want to be a hippie freak, but there’s an energy in certain things, an energy that calls me. And I want to learn to feel that energy. I’ve learned that if I feel it, if it calls me – call it energy, input, signal, whisper, something – if I feel it, I’ll do it.

I don’t want to be saying what I do, why I do it, how I “frammo” it, when I do it, where I put it, why, what kind of research it is, what kind of work it is: NO. He wants me, I’ll photograph it.

This photograph you’re proposing is yours. It’s not just nature, it’s something beyond. It’s not the relationship with what surrounds you or what you are surrounded by, but a dialogue with yourself.

Absolutely, in fact if you notice it, the hardest thing for me to realize now are the portraits.

You started with portraits, you specialized in that.

They were always models and models, people who arrive on an editorial on a moodboard you prepared, they interpret your story. It’s something controlled, it’s not spontaneous. Then yes, people always say that I was doing spontaneous stuff on the set, “we like you because you do spontaneous stuff”, but spontaneous about what? “You make models laugh”, sure, I’d say “can you laugh?” and they’d laugh. And I’d take them when the picture came out hot, then even more fake.

Now the main problem is I don’t know who I want to photograph. Definitely friends.

Maybe because if you think about it, friends are the subject that can talk about you most of all.

I actually wondered who I could have access to and how I could really know and respect who I had in front of me. And with friends, it was natural. I live with friends, I drive my car when I’m with friends and I shoot.

So you make even a pair of shoes talk.

I wanted to tell you what it was like to dance eight days in a row in Berlin. I photographed a pair of shoes consumed by this experience. I think it was the best way to tell it.

But I need people. So I wrote to this association of New York guys who dress in medieval armor and swagger.

Wait. What are you talking about?

Yeah, they’re extras on movie sets and they have this association. I was doing research and I found out that the Russians have a real league of this medieval stuff, so I went looking for this discipline in New York and I found them.

I told them about my project, the idea is to find the way of the portrait here, take pictures of these knights, maybe document the before and after of this swordplay stuff.

He thinks a knight in New York is cool. Could be fun.

How did you get to swordsmanship?

I’m on Youtube a lot. Maybe the portrait project comes out of this thing, maybe the picture of the guy in the suit is good in itself and works on its own.

Now there’s this obsession with the series, the story, everything has to be in sequence, everything has to be connected. But sometimes it doesn’t, shit, an image lives on its own.

You’re openly countercurrent.

I don’t know if this street makes sense, if it pays off. My goal is the book. A coherent book that combines these images under a single thread. But it’s when I find Paolo, that I find the book.

And what will Paolo do tomorrow?

Tomorrow? Tomorrow I don’t know, I really don’t know. I never know.

You know you’re eating dinner tonight?

I don’t know. Or maybe I do. I got a veggie burger in the fridge. Maybe I’ll cook that, it’s been there for a week. And tomorrow, I wake up. What day is tomorrow?

Monday.

Oh, tomorrow’s Monday. Tomorrow I wake up, I go for a run because I have to sweat, I drank too much last night.

Actually, I’m supposed to go shoot tomorrow. I have to finish two rolls of film. I’ll take them to development. After that I’ll have silence for two weeks. So I have to figure out when to go and shoot: if tomorrow is sunny I have to go and shoot directly and run in the afternoon. If it’s cloudy I’ll go swimming. I’m sick of clouds.

The hardest thing you’ve had to face in your profession.

Taking pictures in this democratized world is complex in itself. We all see and produce images. Everybody takes photography, everybody sees photography, everybody knows very little about photography, while I, for one, have the problem of not knowing enough.

It’s a strange world here, it’s an underground world. How many times do you get lost among the images and a crazy photographer comes out who has done crazy performances and you don’t even know? I’ve been taking and taking pictures for 12 years and I still don’t know enough about it.

How do you relate to the communication of what you do instead?

I suck at communicating. I recently deleted Instagram to open a new profile.

You think that’s a good Instagram for photography?

That’s a big question we all ask ourselves. On the one hand, it’s a very powerful medium, you and I even know each other through Instagram. I got a lot of jobs through Instagram, I always refused to use hashtags, I thought they were tucky.

But I tell you, a few days ago I tried to put them on, a simple thing, like #kodak, #compact, stuff I use. And it was immediate, I immediately had more visibility.

You want to be found? Maybe I do, maybe I don’t. But then how do you find an editor, a curator, the guy who does your printing? Do you write an e-mail? Do you talk to them in person? Instagram’s an extra medium.

On the other hand, it bombards you. It’s fast, and photography requires a certain slowness. It’s not conceit. It is, and if you shake it, the tree, what do you understand? Nothing. It’s just a tree. What you need is religiousness when you look at pictures. And Instagram doesn’t help create the religion of the image.

Your Instagram makes it stop. It has a different speed, it’s very yours. You land on it and you can’t help but think: wait, what am I looking at? Is there something to understand or am I not supposed to understand anything at all?

That’s the question I ask myself, I wonder if people stop to think. I take such a simple picture, you understand? Do you stop in front of my picture?

That then I went beyond even this thought, I can’t be understood by everyone. I turn to those who can capture what I want to convey. And how do I find the people I want to deliver my work to? That it’s not really Instagram?

If you don’t adapt, the species that don’t adapt die. Then we have to take this Instagram for what it is and adapt. And be ready to think we’ve made a perfect shot, open this social and find hundreds more shots like yours. Especially in fashion, with the same looks, with the same trends. I don’t know who I am, where I end up, I don’t want to be in trends and I want others to judge where my work is.

Sometimes you’re delicate, sometimes you’re dirty. You don’t offer us all the same shots. Sometimes you’re trashy, sometimes you challenge us, sometimes you’re rough, other times you’re evanescent. You’re almost bipolar.

I’m a Gemini! I realize there’s bipolarity, but then I tell myself I can’t be one. My style perhaps is to go from the silent portrait, to the tree, to dirty shoes, to graffiti, to nature, to sunset.

I like to think that one day someone will find me, that a curator will come along who can find a red thread for me. I believe in Saint Augustine who says you have to start from a piece and then move away and see the whole mosaic.

But how can I go away if I’m the piece itself? We need someone to see. That’s why I believe that photography should be taken with others.

Photography is not a sport to be taken alone. It’s important to mirror yourself in others. If you mirror yourself, you’re just jerking off.

Some time ago you gave me your New York definition, like a beautiful but dangerous girl, who seduces you and abandons you, disappears, then comes back and you always fall for it.

New York at this time in my life is back, and yes, I fell for it like a chicken. Again, I fell for it like a chicken.

You said you were going to Berlin. What’s it like to live by episodes, by expiration dates?

It’s what I needed. To think I wanted to leave, to have an expiration date, attracted a new phase, new opportunities and new stimuli precisely because I had no expectations. A new freedom that made me feel like myself, choose the jobs to accept, say what I didn’t like.

Maybe we just need to learn more to live the way it comes, without films. There’s a passage by Vasco Brondi that says: “It was a matter of taking life as a party, like in certain places in Africa”.

It’s true, when I was in Africa I understood how they lived here and now, here and now. Do what you can do now, because tomorrow doesn’t make sense. Surely there are many ways to deal with life, but this is the way that suits me best.

Is uncertainty a push?

It’s been a fear for a long time. You have to use it as an impetus.

What would you suggest to a young photographer?

What all photographers have always told me: Don’t be a photographer. But if you have to, be yourself. Tell me how you see the world, what you have to tell me, tell me why you want to tell me, show me where you’re taking me. It comes from your stomach, not your head.

We’re at the end. Leave us with an image. Two hours perfect for you, what do they look like?

A nice sunny day where I can climb without my shirt on. There’s sea, there’s water somewhere, but you’re in the mountains. Like in Corsica, something like that. Or even Yosemite Park.

A nice rock, nice holds, a climbing partner that you know pushes harder than you do, that you can rely on, that makes nice knots. And then in Zen, a sandwich and a beer. That’s it. Two hours. Maybe I’ve got my compact in my pocket, there’s that nice light there and, bom, a nice snap.

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