Opere incompiute – Per quanto possa essere artisticamente affascinante, il non compiuto non è sempre la chiave di lettura migliore per le opere, in particolare per quelle architettoniche.

Esuli dalla visione michelangiolesca dell’impossobilità di raggiungere la compiutezza ideale in quanto materia urbana pura, le opere architettoniche incompiute subiscono spesso sorti differenti: immortalate nelle foto realiste, dimenticate o -nel più felice dei casi- oggetto della riqualificazione, chiave dell’agire progettuale del nostro tempo.
Proponiamo quindi una visione differente delle architetture incomplete attraverso un’analisi alternativa di cinque opere romane. Questo elenco potrebbe sicuramente essere ampliato, ma sono stati selezionati casi singolari, con una loro storia, con un lieto o un cattivo epilogo, per poter sondare le possibilità e le circostanze da valutare per ogni edificio incompiuto, per poter sviluppare un senso critico, per apprezzare ciò che è abbandonato e capire quale valore trarne, per poter comprendere infine come agire e quale tipo di architettura scegliere per operare in una città complessa e ricca di occasioni non còlte come Roma.

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Corviale

Corviale rappresenta uno dei progetti architettonici italiani degli anni ’70 più ambiziosi del piano dell’Istituto Case Popolari. Ideato nel ’75 da Mario Fiorentino, noto per aver costruito insieme a Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi il quartiere Ina Casa al Tiburtino, il progetto trae ispirazione dal pensiero lecorbusieriano e dal riferimento del Karl Marx-Hof di Vienna. Nonostante questa concezione elevata per il tempo, già nel 1982 Corviale viene occupato abusivamente a lavori non completati, compromettendo fortemente il progetto iniziale che prevedeva circoli culturali e ricreativi, servizi per la cittadinanza e biblioteche, ponendo lo spazio pubblico e multifunzionale a nucleo del suo progetto: un progetto che a oggi si legge chiaramente attraverso una struttura che sa farsi scoprire oltre il degrado che l’ha annullata.

Le Torri di Beirut

Adiacenti all’opera incompiuta simbolo degli ultimi anni, le Torri progettate da Ligini, pur essendo state ritenute edifici di grande valenza architettonica e parte significativa della seconda fase di crescita dell’Eur, in seguito alla bonifica dall’amianto e al loro abbandono, oggi sono conosciute come le Torri di Beirut, istituendo il triste paragone con gli edifici bombardati durante la guerra civile libanese. Alla fine degli anni ’90 le Torri dovevano essere trasformate in alberghi per il realizzando Centro Congressi, ma nel 2002 diventano parte del protocollo tra il Ministero delle Finanze e il Comune per la realizzazione del progetto Campidoglio due, mai portato a termine. Oggi si è finalmente colta l’occasione di cambiare la storia di questa struttura simbolo dell’incompiuto: i 65 mila metri quadri delle Torri ospiteranno la nuova sede Telecom Italia e i lavori sono previsti per l’inizio del 2016. La gara per il bando di concorso, redatto con l’obiettivo di rendere le Torri Tim un benchmark internazionale in chiave bioclimatica per gli edifici ad uso direzionale, è stata riservata esclusivamente a studi di architettura italiani il cui responsabile del progetto fosse un architetto under 40 socio dello studio.

Città dello sport

Un altro tasto dolente per i lavori pubblici di Roma è la Città dello sport di Calarava nel quartiere di Tor Vergata. Il piano per la Città prevdeva due palazzi gemelli per lo sport -uno per basket e pallavolo e l’altro per il nuoto- comunicanti tra loro e adiancenti a una coppia di laghi artificiali. Attorno a questo nucleo propulsore sarebbero stati realizzati altri impianti sportivi: piscine all’aperto e al coperto, pista di atletica ed altre strutture sportive, ricreative e ricettive. Pur essendo un piano ambizioso, l’intento progettuale si sposava perfettamente con la nuova concezione di valorizzazione deli quartieri esterni al GRA attraverso la realizzazione di grandi opere-poli. Tuttavia questa risorsa per la città si è trasformata in una criticità che ha anzi danneggiato maggiormente l’immagine dell’hinterland. Vista l’impossibilità di completamento dei lavori, nell’ottobre 2014 il Codacons ne ha proposto la demolizione, in quanto la struttura incompiuta danneggerebbe il paesaggio e la collettività, e ,forse, a lungo andare anche la nostra dignità.

Maxxi

Il progetto del 2010 firmato Zaha Hadid è ormai parte integrante del tessuto urbano del quartiere Flaminio, e suo nuovo centro sinergico. Il piano si pone in confronto con il sistema urbano delle caserme di via Guido Reni: la circolazione interna confluisce in quella urbana, sovrapponendo più strati di percorsi intrecciati e spazi aperti determinando una trama spaziale. Il progetto sembra alludere alle stratificazioni storiche e archeologiche della città di Roma che si presentano con la metafora dei layers digitali, una metafora di stratificazione e comunicazione che sarebbe dovuta continuare progettualmente negli spazi adiacenti al museo, costituendo un sistema di cinque edifici multifunzionali comunicanti tra loro. Indizio dell’idea di un proseguo sono l’apertura vetrata al primo piano del museo, dove sarebbe stato collocato un ponte di collegamento con un secondo edificio, e i tagli a 30° dei terminali dela struttura, tra cui il celebre occhio, a simboleggiare un’architettura il cui movimento non è ancora terminato, ma che deve anzi continuare in un altro sistema di edifici. Questo sitema però non è stato mai realizzato e al suo posto vi è ora la piazza del museo, ormai consolidata piazza urbana. Il ruolo di nuovo polo multifunzionale lo assumeranno invece le caserme sul lato opposto del Maxxi: sarà qui che sorgerà la nuova Città della Scienza.

Viadotto dei presidenti

Il Viadotto nasce negli anni ‘90 come asse di collegamento tra Roma nord e Roma sud attraverso l’uso di una ferrovia leggera, ma rimane da sempre incompiuto. Con l’iniziativa “sotto il viadotto”, intrapresa lo scorso anno, è stato avviato il progetto sostenuto da Roma Capitale ed ideato dal gruppo dei giovani architetti di Renzo Piano G124. Il piano rientrava nel processo di rigenerazione degli spazi urbani per potersi così riappropriare di un “non-luogo” solitamente nascosto dal traffico quotidiano, attraverso arredi green e una vera e propria piazza temporanea sotto i pilastri, dove organizzare incontri e manifestazioni per promuovere la cultura e la socializzazione tra gli abitanti della zona. A distanza di un anno e in seguito all’inaugurazione dei lavori, visti come un atto e principio significativo per l’epoca della riqualificazione incisiva a Roma, il piano è stato abbandonato e le aree sono tornate allo stato di degrado precedente.

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