Nella seconda giornata di Dominio Pubblico è stato proiettato Onyricon, il primo film di Andrea Gatopoulos.

Lo scopo dell’intelligenza è cercare in quale misura si può trovare un poco di ragione in questa assurdità“ (Jean Luc-Godard). Questa frase, posta in apertura con intento quasi programmatico, indica fin da subito allo spettatore quale tipo di operazione gli spetti. A partire dal rapporto tra un regista in ossessiva ricerca della perfezione e un’attrice esasperata che tenta di soddisfarne le richieste, Onyricon compie un surreale percorso metacinematografico nella complessità della psiche umana, suggerendone efficacemente le rovinose implicazioni nelle dinamiche relazionali.

 

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Il film si apre con una bibliografia essenziale. Qual è il rapporto di Onyricon con le sue fonti?

Lo stesso che c’è tra un libro e la sua bibliografia, cioè un rapporto intertestuale. Ho preso degli spunti e riportato alcuni passaggi, in particolar modo da David Foster Wallace, e ne ho semplicemente riportato l’origine. Se qualcuno volesse tornare indietro, ricostruire…

I personaggi di Onyricon sono artisti: un regista, un’attrice, un pittore. L’arte è costante mezzo di relazione, eppure non favorisce l’instaurarsi di un legame empatico, piuttosto sembra cementare il senso di incomunicabilità. Perché?

L’arte è il meccanismo di rappresentazione attraverso il quale si palesa questo senso cementificato (come l’hai chiamato tu) d’incomunicabilità, anzi, si direbbe che spesso è proprio il tentativo – fallimentare – di farvi breccia, di costruire sull’abisso. Nella banale comunicazione, nel pettegolezzo, nell’intrattenimento in generale questo senso sembra però sparire sotto al tappeto…

Onyricon è intessuto di continui richiami ad altre forme artistiche, già ad esempio nelle prime inquadrature che raffigurano delle statue. In che modo vengono sfruttate queste altre forme? 

Sono tutte forme di rappresentazione dello stesso paradosso centrale: le statue rappresentano e raccontano il rapporto tra i personaggi, in sintesi.

Le visioni oniriche sono scaturite dal disagio di Nika Perrone che non ha alcuna storia, alcuna traccia cui appigliarsi per la sua interpretazione. L’assenza di una trama diviene così motivo narrativo e carattere strutturale di un film che appunto non ha una trama in senso stretto. Qual è l’intenzione dietro questa scelta?

La struttura antinarrativa del film serve a privilegiare l’immagine, a rendere equivocabili e ambivalenti tutti i simboli e i significati, a sottolineare i paradossi e a creare un’atmosfera di costante contraddizione. Si può dire che serve a generare domande, moti di ragionamento…

Onyricon è il tuo primo film. Pensi di aver trovato la tua cifra stilistica?

Si tratta del mio primo film che, essendo autoprodotto e libero da vincoli di mercato, mi ha concesso di osare la sperimentazione di linguaggio più criptico. É tuttavia una forma adatta soltanto a questa opera in particolare, per cui non apparterrà ai miei lavori seguenti.