Massimo Siragusa è un fotografo catanese, romano d’adozione, la cui cifra stilistica si trova nelle sue composizioni rigorose e nelle luci al limite della sovraesposizione.

Massimo Siragusa nasce in Sicilia, a Catania per la precisione, anche se ormai vive e lavora a Roma, dove è anche docente allo IED (Istituto Europeo di Design) da parecchi anni. È uno di quei fotografi che sono arrivati a definirsi tali gradualmente, dopo gli studi in scienze politiche l’intenzione era quella di diventare un giornalista, cosa che lo porta a lavorare come fotoreporter, finchè l’incontro con il suo conterraneo Ferdinando Scianna non lo convince ad intraprendere la carriera di fotografo. Dall’inizio nei giornali ad oggi ha vinto ben 4 World Press Photo award per i suoi lavori tra il 1997 e il 2009, esponendo in gallerie internazionali e diventando un punto di riferimento della fotografia italiana attuale.

Il Massimo Siragusa di oggi è un fotografo diverso dal fotoreporter che era agli inizi, si è tirato fuori dal centro della scena, si è allontanato, tanto che spesso fotografa dall’alto, (in questo ricorda in parte Massimo Vitali, o viceversa, anche se con uno sguardo verso luoghi differenti dalla spiaggia indagata da quest’ultimo), fotografa luoghi che restituisce con immagini dove raramente la figura umana è il soggetto principale, ma è sempre presente concettualmente, attraverso la presenza di spazi, ambienti, strutture che rappresentano l’artificio dell’uomo. Per fare questo si avvale di banchi ottici e macchine dalla grande risoluzione, per catturare più dettagli possibili, strumentazione con la quale riesce a gestire le prospettive, sempre studiate in maniera meticolosa, sia quando si tratta di raccontare un ambiente dall’interno, sia quando si tratta di mettere in relazione una struttura con l’esterno che la circonda.
Nelle sue composizioni si legge l’ammirazione per Ghirri – da lui stesso esternata insieme a quella per Giacomelli, Shore, Evans e tanti altri – ma se il fotografo emiliano evitava sempre di scattare nelle ore a cavallo di mezzogiorno, Siragusa preferisce proprio le ore centrali della giornata, quelle che gli permettono di avere le luci con cui preferisce lavorare. Il tipo di esposizione preferita da Siragusa è parte centrale della sua produzione, a un primo sguardo le sue immagini potrebbero sembrare sovraesposte, troppo luminose, ma ad una analisi più attenta si capisce che le luci sono portate alla luminosità maggiore possibile prima di risultare bruciate, termine che vuole intendere che in una parte di foto troppo luminosa non si trovano più informazioni della scena ripresa, invece lui gioca con questo limite e si spinge fino al gradino immediatamente prima della bruciatura, conservando i dettagli anche grazie a una strumentazione prestante che gli serve a spingersi così in là.

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In questo Massimo Siragusa è un maestro, non è mai schiavo della sua strumentazione ma, al contrario, fa sì che questa – con strumentazione si vuole intendere sì la macchina fotografica, ma anche i software di postproduzione – sia sempre al suo servizio, è totalmente in controllo dello sviluppo delle sue fotografie e conoscendo a fondo lo strumento può permettersi di spingersi fino al limite senza incappare nell’errore tecnico. In un momento storico in cui il dibattito sulla postproduzione ancora troppo spesso si sposta su posizioni che non comprendono che, quando è utilizzato con consapevolezza, l’editing digitale permette al fotografo un’ampia libertà di espressione, Massimo Siragusa ci ricorda che si può essere totalmente padroni dello strumento, anche quando si parla di digitale.