Luca Monterastelli (Forlimpopoli, 1983) è un giovane scultore italiano le cui opere, apparentemente crude e fredde, custodiscono tracce primordiali di carnalità.

Luca Monterastelli – L’opera, per Luca Monterastelli, è ancora da considerarsi “il” centro (del lavoro, del dibattito, del confronto) e si costruisce mediante un percorso fatto di una parte mentale, “di affinazione” del pensiero, che “deve essere traslata da un mondo immaginario ad uno reale”.

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Domanda tecnica: le tue opere si devono considerare scultoree o plastiche? Credi si possa fare, ancora oggi, questa distinzione?

Non penso, o almeno, non è un punto cui do più di tanto peso. Anche perché la trasformazione della materia è solo un aspetto del mio lavoro. E neanche quello fondamentale, solo quello inevitabile. Credo che quando si parla di scultura si continui a dare troppo peso al palpabile, e non intendo al visibile: penso che questa deformazione sia da attribuire ad un impianto accademico che continua a posizionare lo studio della pittura come centrale e che utilizza lo stesso linguaggio per tutte le altre forme, inciampando nell’inevitabile errore di prediligere la superficie delle cose. Non è la fine del mondo, ma tutto sarebbe più interessante se si iniziasse a prendere nota di questo.

Le tue opere sono spesso totemiche e narrative. Delle sacre conversazioni di cemento. C’è una relazione tra il materiale scelto per il racconto? Il materiale ti parla?

Assolutamente, il cemento è come l’incarnato del corpo autoritario. Cerco di capire i segni dell’appartenenza, dell’imponenza, come fossero parte di un unico corpo, di un grande Altro* esploso nel mondo attorno a noi. Così metto in parallelo il cemento con la carne, i vari metalli alle ossa e ai tendini. Non ho una regola fissa, la traduzione di quello che percepisco è sensazionale. Ma in qualche modo riesco a mantenere una tensione rigorosa in tutto il processo che mi porta all’istallazione finale.

Hai partecipato ad una residenza artistica in Sardegna quest’anno. Quanto ha inciso il luogo nella tua ricerca artistica?

Di norma lascio che il luogo in cui sono si racconti, e non sempre la sua influenza è così visibile. Ho anche imparato, nel corso del tempo, a gestire la fascinazione che si subisce da un posto diverso dal solito. Per quanto riguarda la Sardegna, il processo è stato veloce. Erano anni che ammiravo il lavoro di Costantino Nivola e certe pietre locali hanno sempre esercitato un fascino sulla mia sensibilità. Nonostante non fosse previsto, mi sono confrontato con queste nuove ispirazione e devo dire che ho subito trovato un’ottima intesa con questi materiali.

Ti faccio due nomi: Fonderia Artistica Battaglia di Milano e Casa Museo Carlo Zauli di Faenza. Come è stato collaborare con queste due realtà storiche? Hai poi continuato il dialogo con loro?

Sia la Fonderia che il Museo Zauli sono due posti magici in sé. Al museo ho avuto modo di passarci un po’ di tempo durante la fase di produzione dei lavori poi esposti in viafarini, nonostante la ceramica sia un materiale lontano dal mio normale orizzonte mi ci sono trovato bene e non escludo che ora, a distanza di cinque anni da quella esperienza, mi stia tornando la voglia di riprovarci.
Anche la fonderia ha tuttora un fascino importante, non nego che mi sono ripromesso mille volte di dedicarmi al bronzo, ma non ho ancora trovato un percorso che mi conceda il modo di provarlo.

*Slavoj Zizek, Il grande Altro, Feltrinelli, Milano 1999

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