Gino Ven, classe ’94, è un visual designer, fotografo e grande appassionato di comunicazione.

Gino Ven  approccia le arti grafiche da giovanissimo all’età di 14 anni e, da li in poi, porta avanti una costante e densa ricerca nell’ambito della comunicazione visiva: dalla foto-manipolazione al compositing, dal collage alla grafica editoriale, dalla fotografia all’illustrazione digitale, Gino esplora molteplici linguaggi che gli consentono di esprimersi in maniera poliedrica, sia come artista che come designer.

Gino Ven ad oggi è direttore creativo presso l’agenzia di comunicazione ed organizzazione eventi “The Brainstorm Agency”, oltre a portare avanti un’intensissima attività professionale freelance sia come visual e graphic designer che come fotografo.

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Gino, sei Umbro ma vivi a Roma: cosa ti ha spinto a trasferirti nella città eterna, quali opportunità sei riuscito a cogliere in questa città?

Mi sono trasferito qui venendo da Perugia un paio di anni fa per studiare art direction e graphic design: avevo 20 anni, dovevo scegliere un posto, e sapevo che il luogo che avrei scelto avrebbe fortemente influenzato la mia produzione nel periodo a venire. Roma mi ha catturato con la sua maestosa decadenza, brulicante di vita, un caos all’interno del quale ogni cosa e ogni incontro può avvenire.

Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di lavorare ed entrare in contatto con diverse realtà capitoline, in particolare legate al mondo della musica elettronica. Ricordo che ero a Roma da poche settimane quando un’amica mi ha presentato i Beat Movement, con cui sarebbe nata una grande amicizia e collaborazione artistica. Era fine 2014 e al tempo loro lavoravano con Blackwater Label, etichetta techno per la quale ho realizzato le mie prime copertine di album e vinili, credo che sia un periodo che non dimenticherò mai, mi ha segnato moltissimo.

Poi una cosa tira l’altra e succede che Oliver Zon (direttore creativo di Minù) mi contatta dopo aver visto le mie copertine e mi chiede di diventare fotografo al Circolo degli Illuminati. Dico di si. Poche settimane dopo mi propone di curare le grafiche di Amore NYE, un grande festival techno che si tiene durante capodanno. Nel periodo a seguire ho iniziato a lavorare con diverse label, da settembre 2016 ho cominciato un nuovo percorso facendo grafiche e illustrazioni digitali per Nozoo al Goa Club e ho recentemente iniziato a collaborare come grafico e art director con una digital agency romana, la Buytron. Ad ora ti dico che anche senza considerare il piano lavorativo, queste esperienze sono state per me fondamentali sul piano personale, costanti occasioni di confronto sia con gli altri che con me stesso.

Ti definiresti più designer o artista?

A volte l’uno, a volte l’altro, altre volte ancora entrambi. Anche se sono due aspetti che potrebbero sembrare simili, per me hanno sostanziali differenze sia nell’approccio che nell’esecuzione. Diciamo che è come se il design fosse uno strumento, un mezzo, mentre l’arte è più simile ad un fine. Puoi usare il design per fare arte, come usi un mezzo per raggiungere uno scopo, ma non puoi usare l’arte per fare design, mi spiego: fare design (per me, quantomeno) significa trovare delle soluzioni tecniche e progettuali brillanti ai problemi che si pongono durante un percorso, solitamente finalizzato a comunicare l’idea o il concetto dato da un committente. Fare arte è inspiegabile, non puoi starne a parlare (infatti in sincerità non comprendo la funzione della “critica” d’arte, mi sembra una stupidaggine), puoi farla e sentirla… Tutti dovrebbero secondo me. È qualcosa per la quale gli esseri umani sono molto predisposti, anche se spesso lo ignorano.

Hai una produzione nella quale trapela il tuo lato artistico. In che modo riesci a concepire l’arte?

Ti confesso che fino a poco tempo fa avevo vergogna a pensare a me stesso come a un artista. Mi sembrava un attributo immeritato per i miei “grafichini” (come si dice in gergo, o quantomeno nel mio), poi è avvenuto un cambiamento: ho scoperto che potevo creare per me stesso. Devi sapere che ho cominciato i primi approcci alla grafica davvero giovane, circa 13-14 anni, e per tutta una parte della mia vita ho creduto che l’essere un “creativo” potesse limitarsi a fare del buon graphic design, fare cose che piacciono, risolvere roba. Parallelamente avevo una immaginazione bella prepotente che, inaspettatamente, anziché manifestarsi ad immagini si manifestava con parole e pensieri, equilibri e contrasti tra concetti, piuttosto che con il linguaggio visivo. Credo che solo recentemente ho trovato un modo di unire le due cose e riuscire ad esprimere quell’estetica con delle immagini. Colori e forme, textures: sembra che ognuna delle possibilità espresse da questi tre elementi ormai significhi concetti ampi ma ben chiari nella mia mente, concetti che accostati ad altri concetti generano dei discorsi. Discorsi in cui sono libero di essere chi sono.

Dai tuoi progetti personali trapelano varie tematiche sviluppate con tecniche differenti. Come avviene il tuo processo creativo?

Non c’è un processo definito, ogni cosa può fornire spunti da cui iniziare e non ho mai un’idea troppo nitida di quello che dovrà essere il risultato finale; seguo un mood o una sensazione andando avanti l’immagine in qualche modo “esce fuori”. È come scolpire da un blocco di pietra, ma nella mia mente. La vedo emergere a poco a poco.

In questi anni romani hai avuto l’occasione di conoscere molti personaggi che hanno contribuito all’arricchimento del tuo bagaglio creativo ed hai avuto modo di sperimentare la forza dell’interazione. Quali sono le collaborazioni significative nate a Roma, che tipo di progetti hai potuto sperimentare in questa nuova modalità di lavoro?

Sono uno a cui piace collaborare, credo che quando si trova una buona sintonia con qualcuno, sia quasi doveroso provare a creare qualcosa di ibrido e nuovo.
Tra le collabo che ricordo con più piacere c’è sicuramente quella con Edoardo Chiaraluce ed Enrico Vivadio durante Amore Festival, non ce l’avrei mai fatta senza il loro aiuto, in alcune fasi del progetto abbiamo lavorato chiusi in una stanza per giorni, tempi folli.
Al momento ho in cantiere un paio di cosette interessanti, tipo un progetto che sto facendo con Fabio Timpanaro, un digital artist fortissimo che ho avuto la fortuna di avere come docente: stiamo lavorando a delle tavole mixed media che credo vedranno la luce entro qualche mese. Poi c’è sxrrwland, un progetto su cui sto lavorando da tempo insieme ad alcuni amici, stiamo lavorando in molti ambiti simultaneamente, dalla musica alla digital art, dal video al fashion design, art direction, scrivere cose, creare un contesto estetico vasto, che lasci lo spazio che serve all’immaginazione.

Osservando le tue creazioni, non si può non cogliere una forte dote creativa e il desiderio di metterti in gioco. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Oltre alle collaborazioni di cui abbiamo parlato prima c’è un progetto alias che mi sta appassionando molto, su cui sto lavorando da qualche mese. Ho voluto separare i progetti che faccio su commissione (come Gino Ven Makes) da quelli personali, che pubblicherò sotto lo pseudonimo Noji The Human. Il nome è la nemesi di me stesso, opposto sia nella forma che ne significato: Noji è lo spelling fonetico, a sillabe inverse, di Gino, il mio nome. The Human “L’umano”  invece si contrappone al forte senso di alienazione e di distanza che caratterizza me come tutta la generazione “digitale”.  Noji è maledettamente presente, concreto, un sopravvissuto in una post-società che vive solo nel mondo reale, disconnesso dalla rete.

The WalkMan ha come obiettivo quello di scovare e mettere in luce giovani talenti ed artisti che credono nelle proprie idee. Cosa consigli a chi, come te, ha deciso di investire la propria vita nella creatività?

Fai arte per dare all’arte, come lei dà a te.

 

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