Un’artista, la cui sensibilità agisce all’interno di uno spazio e di un tempo ben definiti, il qui  e l’ora: Chiara Mu, artista romana  classe 1974, concepisce le sue opere volgendo il suo sguardo al  presente, garantendo a chi fruisce della sua arte, un’esperienza sensoriale mossa da un’armonica sinergia tra l’opera stessa e lo  spazio che l’accoglie. L’artista, una delle protagoniste del progetto “SEIEMEZZA. Le periferie dell’arte” che sta avendo luogo presso il centro culturale Elsa Morante in Roma, oggi si racconta a The Walkman.

Come  definiresti la tua arte?

Definisco la mia arte come un tentativo di traduzione del reale, intervengo su luoghi e situazioni operando spesso un rovesciamento degli stessi per restituire un punto di osservazione differente, una presa di coscienza altra rispetto alla visione consueta che li accompagna.

In cosa consiste la tua pratica artistica site-specific?

Consiste nel muovere sempre dal dato presente, dal qui ed ora in cui mi viene chiesto di operare, e la mia attenzione e’ sempre catturata dallo spazio specifico in cui mi colloco, come si articola e cosa racconta. Non ho mai ripetuto un’installazione altrove dal contesto per cui era concepita perche’ non produco format, propongo al contrario la specificita’ di uno sguardo direzionato sulle cose presenti.

Cosa intendi per time-based artist?

Time-based artist vuol dire che mi occupo di pratiche effimere, che hanno un tempo per esistere ma anche una data di scadenza… come il latte! L’opera, installativa e/o performativa che sia, viene messa su nel suo equilibrio di azioni e spazi e poi, alla fine della mostra, viene smontata, distrutta, azzerata. Lo spazio torna al suo grado zero, al punto di partenza. Tutto questo processo mi definisce come un’artista che lavora sostanzialmente sulla produzione di tempo, determinando l’opera come un’esperienza estetica che va fruita mentre accade.

Cosa dicono di te i tuoi lavori?

Leggendo la risposta precedente direi che i miei lavori dicono (analiticamente) di me che reitero sempre la fine e che ho – suppongo – un problemino evidente con la morte. Il tentativo credo sia quello di creare momenti di forte intensità relazionale con lo spazio attraverso il corpo, per affermare la centralità della nostra presenza al mondo, nel caso ci si dimentichi di esistere qua e là, presi dal turbine di una vita divorante fatta di pieni e vuoti. I miei lavori dicono di me che concepisco accoglienza e conflittualità come facce della stessa medaglia, strategie relazionali che raccontano il desiderio ed il tentativo di aprire l’opera all’altro da me.

Quale sarà il tuo apporto al progetto “Seiemezza” ? Quali opere presenterai?

Proporro’  “6 ½”, una performance site-specific per un visitatore alla volta, contenuta in 6 minuti e mezzo. Si tratta di un rimedio efficace per ravviare il tempo spezzato; chiedero’ ad ogni visitatore se e’ in grado di fare mente-locale su ogni momento della propria giornata e se riesce ad individuare il punto in cui ha perso coscienza di sè nello scorrere delle ore fin lì. Il mio compito sarà quello di riattivare il suo tempo, proponendo una dinamica di condivisione di tempo a due, fortemente in voga al Laurentino 38.

 The WalkMan si è posto l’obiettivo di rivelare i giovani talenti del panorama italiano. Che cosa suggeriresti a chi ha deciso di investire  la propria vita nell’arte e di scommettere sulla propria creatività?

Ciò che ho maggiormente imparato fuori e che consiglio spesso a chi è più giovane di me è di mettere bene a fuoco la propria “urgenza”: comprendere se il proprio lavoro risponde ad una reale necessità interna e come il proprio operato creativo si collochi criticamente nei confronti della storia dell’arte contemporanea. Una volta definito il motivo e la posizione, affinchè sia possibile promuoverli e difenderli all’occorrenza (cioè sempre) allora let’s go!