Andrea Arcangeli è un ragazzo di 27 anni che prosegue una tradizione antica. Lavora come Direttore Artistico delle attività calligrafiche ed incisorie dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura

Un luogo storico che accoglie infiniti tesori e bellezze e che si arricchisce di nuove tracce di un ragazzo che incide il marmo e che si rende eterno attraverso la scrittura. Dopo aver partecipato all’opening di Giovani Creativi – La mostra a Palazzo Massimo, lo abbiamo intervistato per scoprire di più di questa carriera così particolare. 

Andrea Arcangeli
Iscrizione “Genius Loci” realizzata per Giovani Creativi

Andrea Arcangeli, sei un incisore contemporaneo. Qual è la tua attività nell’Abbazia di San Paolo fuori le mura?

Prima di me non esisteva il ruolo dell’artista in Abbazia. Io ho una stanzetta in clausura dove lavoro su marmo e pergamene, uno spazio che prima non c’era che i monaci mi hanno messo a disposizione per avere un centro di produzione artistica interno.
Qui hanno tante cose da fare, c’è sempre bisogno di un piccolo restauro, un’incisione, una doratura. Ad esempio, quando qualcuno, dopo il noviziato, fa il passo per diventare monaco si svolge una cerimonia solenne con Cardinale e Abate. Il novizio legge una formula in latino da una pergamena, rigorosamente scritta a mano. Lì intervengo io, per continuare una tradizione secolare.
Queste pergamene vengono consegnate nell’archivio, perciò rimarrà che nel 2019 Andrea Arcangeli ha scritto una determinata pergamena per Don Michele. Questo lavoro mi piace perché permette di lasciare un segno della propria esistenza: lavoro il marmo non a caso, perché sono sicuro che ciò che incido mi sopravviverà. Cerco sempre di usare materiali duraturi come la pergamena, la pelle di vitello, l’inchiostro ferrogallico, che durano secoli e secoli. Questo è ciò che mi piace del mio lavoro, fare cose artistiche, che siano anche utili e restino nel tempo. 

Cosa hai studiato? Come sei arrivato qui?

Quando ero piccolo mi piaceva molto disegnare. Mia nonna era insegnante di scrittura nel dopoguerra, insegnava la scrittura più che calligrafia artistica, perché molti non avevano avuto modo di andare a scuola durante la guerra. Lei mi ha passato alcuni manuali di calligrafia dove si approfondiva l’uso del pennino, dell’inchiostro.
Dopodiché ho frequentato lo scientifico e da liceale ero appassionato dei graffiti. Strana la vita, dai graffiti all’Abbazia.
Ho fatto un percorso a ritroso: dai tag ai pennini, fino a studiare la grafia dei tempi di mia nonna, la paleografia ed infine l’epigrafia latina. Un percorso a ritroso che mi ha portato a fare lavori su marmo principalmente. Ho studiato Graphic Design allo IED, poi due anni in Belle Arti alla Rufa.
Mentre facevo Grafica mi interessavano le lettere scritte, mentre facevo Belle Arti ugualmente. I docenti mi dicevano “devi usare il computer” oppure “devi disegnare figure” ma io continuavo a fare lettere a mano. Conclusi gli studi, in maniera molto testarda, ho continuato a fare calligrafia ed in seguito incisione di lettere su pietra.
Mi sono costruito una nicchia che è molto mia, ho approfondito i lavori calligrafici, le iscrizioni, la doratura, tecniche decorative antiche che a mio dire continuano ad essere utili; le macchine non hanno ancora superato l’abilità dell’uomo artigiano. 

Perciò come ti poni rispetto all’arte digitale e i supporti tecnologici? 

Sicuramente sono utili, ammetto che ogni tanto uso i vari programmi. I loghi per dire li inizio a mano, poi c’è una fase digitale obbligatoria. Se il cliente mi chiede un vettoriale o un pdf non posso mandargli un pezzo di pergamena. Cerco però di usarli poco per rimanere vecchia scuola, fare lavori manuali, realizzare un definitivo che non sia riproducibile all’infinito. Il computer fa apparire più fredde anche le lettere “fatte a mano”. Anche i macchinari, come il pantografo, sono strumenti che non creano lettere con la stessa definizione che posso creare io a mano.
Con martello e scalpello la pietra viene tagliata, mentre il pantografo è uno strumento che gira ad altissima velocità e la distrugge, invece di realizzare un’incisione precisamente netta. Ci sono queste piccole differenze che ai più non interessano però i monaci dell’abbazia apprezzano questo tipo di lavori e io sono contento di aver trovato un ambiente che mi dà la possibilità di esprimere la mia passione. 

Lavori in un ambiente caratteristico. Come ti relazioni con i monaci e come vedono loro il tuo lavoro?

I monaci sono persone molto più normali di quanto si possa immaginare. Sono molto colti, per diventare monaco devi studiare tante cose che magari ti fanno apprezzare meglio ciò che faccio io. Si rendono conto che i documenti in antichità erano rigorosamente scritti in bella grafia ed avevano delle simbologie che loro devono essere in grado di interpretare. Di conseguenza mi viene chiesto spesso di imitare tutta una serie di elaborati dal sapere antico e loro lo sanno apprezzare. Con loro c’è un bello scambio culturale, sono persone chiuse nei confronti del mondo esterno ma sagge, con cui mi trovo bene. Ci sono anche monaci molto giovani, quindi la differenza d’età non si sente più di tanto. Per quanto “particolare” lo vedo come un ambiente di lavoro davvero stimolante. 

Guardare al passato, alla tradizione, è un modo per proiettarsi al futuro?
È un modo per non far morire del tutto l’arte. L’incisione e la calligrafia sono minacciate dai font, dal computer e dal pantografo. I font sono dei set di caratteri prestabiliti ma serve sempre la mano e la mente dell’uomo affinché vengano impostati al meglio graficamente ed artisticamente. Secondo me la calligrafia trova un suo posto nel mondo attuale; è quindi importante che venga preservata per lasciare un approccio artistico in processi che altrimenti diventano sempre più meccanizzati. Stesso vale per l’incisione: lì dove non c’è la mano dell’uomo rimane una cosa standardizzata, che perde il suo valore artistico. Cerco di portare avanti una tradizione, usando i supporti nella maniera più artistica possibile, partendo sempre dalla mano e poi, eventualmente, passando per il digitale, senza che esso sia la prima forma di approccio al progetto.


Che valore ha per te la parola scritta?

Mi piace quello che evoca la scrittura, rispetto alla figura in sé che spesso non è interpretabile. La scrittura evoca immagini, c’è di mezzo la fantasia, non hai qualcosa di figurato davanti, hai di fronte delle parole che rimandano a dei significati, che non sono per tutti gli stessi. Spesso gioco sull’aspetto delle parole, sullo stile, se ad esempio voglio comunicare qualcosa di più romantico uso un corsivo inglese mentre per un tono solenne utilizzo delle lettere capitali, maestose. Mi piace molto lavorare su questo, personalmente preferisco le arti grafiche a quelle figurative. 

Il marmo è un materiale duro, freddo, evocativo. Che sensazione hai quando incidi una materia così?
A me piace molto la pietra. Io non vedo freddezza nel marmo, ne apprezzo la sua resistenza o quanto è compatta come materia. Ci sono iscrizioni romane realizzate più di duemila anni che sono ancora lì, con lettere che sembrano incise ieri. Un materiale che sopravvive a tantissimi secoli, mi dà voglia di lavorarci sopra proprio per fare in modo che mi sopravviva. Mi piace molto il fatto di lavorare levando materiale per rivelare lo scritto. Un po’ come Michelangelo che diceva che dentro al blocco già c’è la scultura e lo scultore ha il solo compito di farla uscire fuori, liberarla. Più o meno vale anche per le lettere: levando materia rivelo la parte estetica del pensiero, lo scritto, facendo così che rimanga in secula seculorum.

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